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MUSICA INDIEspensabile | Roberto Colella di La Maschera: “essere completamente indipendente è eroico”

Scena indipendente spesso fa rima con scena romana, ma Napoli non resta in disparte e la sua arte freme. E in questo contesto molti nomi sono già nostre vecchie conoscenze, i Foja fra tutti, Maldestro e loro – la new entry – i La Maschera. Eravamo scettici durante la loro conferenza stampa, ci sembravano per presenza scenica un po’ i Backstreet Boys partenopei, una fanbase molto giovane e un Colella idolo delle ragazzine, un tipo da selfie e autografo, ma abbiamo avuto la fortuna di parlare con loro e capire che forse, dopo anni di questo mestiere, riusciamo ancora ad andare contro il pregiudizio e riconoscere i talenti. A meritare il posto di apripista in questa rubrica, finora di appannaggio centro-settentrionale, sono dunque proprio loro, i La Maschera, rappresentati da Roberto Colella, e con lui parleremo di INDIE, di Napoli, di pubblico e dei disagi della nostra generazione. Colella è un fiume in piena di idee e di creatività, spesso parla per metafore come se stesse scrivendo l’ennesimo testo di una sua canzone, ti guarda, scruta le tue espressioni facciali in attesa di capire che giudizio ti stia facendo sulle sue risposte e spesso rientra nella sua confort zone del napoletano per rendere tutto più “comunicativo”.

Continuiamo anche il gioco della contaminazione, che è nato proprio durante un momento goliardico durante una precedente intervista a Roberto e Vincenzo Capasso che si è reso inconsapevole autore di questo telefono senza fili fra artisti. Che sia questo l’inizio di collaborazioni e fusioni di generi? Noi ce lo auguriamo.

Ciao Roberto, benvenuto nella rubrica del venerdì di LoudVision: musica INDIEspensabile: autori fichissimi da avere necessariamente nell’IPod. Una domanda iniziale lega tutti i miei ospiti: che cos’è per te l’INDIE e cosa si mantiene ancora INDIPENDENTE?

Che cos’è l’Indie secondo me? E’ un atto eroico, essere completamente indipendente è eroico. Ne parlavamo già io e te nella precedente intervista di questo concetto di indipendenza e voglio ripetermi: per me uno totalmente indipendente è Giovanni Truppi, per il resto l’indie sta scimmiottando un po’ di qua un po’ di là. L’indie è il nuovo mainstream oggi, si sta andando un po’ a fondere con il pop, basti pensare a Levante o a Manuel Agnelli nelle vesti di giudici ad X- Factor. Non so se è l’indie che sta diventando pop o il pop che sta diventando indie ma so che l’indie ha avuto la lungimiranza di basare le cose sulla gavetta, ha creato questo fattore pubblico molto alto che negli anni si è esteso. Di contro: se le major, che hanno basato sempre tutto sull’exploit improvviso di fenomeni momentanei (come per esempio i prodotti dei talent senza una fanbase, senza la conoscenza di un palco, ma anche palchi piccoli, perchè se non conosci i palchi piccoli non puoi calcare bene quelli grandi) hanno capito che devono pescare nel mare dell’indie è perchè negli ultimi vent’anni questo sottobosco è riuscito a crearsi un pubblico di affezionati, un pubblico di persone – nemmeno tanto distratte – che comprano i CD, spendono soldi per un affetto maturato verso l’artista. Probabilmente oggi essere Indie può essere davvero una scelta, uno decide che gli serve farsi un po’ le ossa, mettere i mattoncini alla propria carriera, questo è molto più rivoluzionario del tutto e subito. Chi si mantiene ancora indipendente invece? In musica banalmente ripeterei Truppi, in generale tutti gli eroi di Napoli, Salvatore Iodice ad esempio, che ha rifatto il murales di Maradona su una palazzina per riqualificare il quartiere, ha messo lui le  panchine e i secchi dell’immondizia senza percepire un euro, solo per iniziativa sua personale.

Voi siete gli apripista – in questa rubrica – di una nuova scena musicale: la scena napoletana. Quanto fermento pensi ci sia rispetto alla più rinomata scena romana?
Io penso che ci sia un fermento incredibile, non so se più o meno rispetto alla romana perchè non la vivo dall’interno come questa. A Napoli sta per esplodere una bomba musicale e la cosa che mi sconvolge è che questo fermento abbraccia ogni genere e più età, c’è di tutto. A differenza del passato, di quello che viene definito il “Neapolitan Power” di James Senese e Avitabile fra gli altri – che hanno fatto davvero tanto in musica per questa scena – oggi succede una cosa diversa, fra noi artisti c’è una collaborazione sincera, c’è amicizia, noi ci vediamo quotidianamente.

 

In una visione a trecentosessanta gradi di quasto panorama musicale nostrano, una delle sensazioni che ho notato è che la scena napoletana ha dei numeri inarrivabili come fan base rispetto ai cugini romani o ai bolognesi (Stato Sociale ad esempio)nella propria regione, ma molto meno consenso di loro a livello nazionale. Come spieghi questo fenomeno?
Il problema reale della scena napoletana, come la chiami tu, è che manca un’entità che faccia degli investimenti reali in musica. C’è anche chi il capitale ce l’ha e potrebbe metterlo a disposizione ma non ha interesse a farlo, magari per una questione di età perchè sono troppo vecchi per pensare a dei progetti giovani o semplicemente perchè preferiscono “accontentarsi” dei diritti di capolavori del passato come “’O surdat nnammurato” o “O sole mio”. A Milano gli investimenti li fanno e sono corposi, e se gira la forza economica è chiaro che si creino prodotti adeguati e pronti ad uscire dalla realtà territoriale. Un altro  problema può essere legato al dialetto – anzi alla lingua napoletana – molti artisti locali, me compreso, tendiamo a cantare nel nostro dialetto e forse altrove diventa ostico lasciarsi prendere dalla canzone e concedersi solo il gusto del sound. Questo limite però credo sia risolvibile, si tratta soltanto di una questione di tempo. In passato Carosone, Sergio Bruni prima del più recente Pino Daniele, cantavano in napoletano e facevano i concerti anche a Milano. Napoli ha avuto questa fase di stallo negli anni ’90 in cui il dominio era attribuibile solo ad Almamegretta, 99Posse e 24Grana, ma adesso ci stiamo riprendendo e siamo pronti ad esplodere.

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Abbiamo già riconosciuto il tuo coraggio nella scrittura di denunciare temi ostici come il malaffare e l’immigrazione. Quanto il tuo essere “di periferia” ha inciso nella tua indipendenza come artista?
Assai, comm ‘no! Venire dalla periferia incide molto perchè ti permette di osservare il centro con il giusto distacco, ti mette di fronte a scenari periferici, molte delle schifezze che vengono nascoste bene in centro, in periferia diventano palesi. A questo punto hai due scelte: o ci fai il callo o inizi a parlarne. Sia chiaro, non è che a me facesse piacere scrivere e parlare male della mia provincia, anche se la mia terra quando merita gli schiaffi sono il primo a schiaffeggiarla. Mi è sempre piaciuto più che altro dare un vestito allegro però a certe realtà, che non le minimizza assolutamente, ma te le rende più accettabili. Prendi ad esempio la mia canzone “Pullecenella”, per me è inaccettabile che ognuno di noi di fronte al malaffare dica “è cos ‘e nient, je me ne vac p’a strada mia”, però ho preferito rallegrarla col sound, perchè tu mentre canti quella canzone lo fai in maniera spensierata, ma quello è un urlo di una popolazione che sta soffrendo, soffre il menefreghismo ma non da chi viene da fuori, della città stessa. Vivere in periferia inevitabilmente ti porta a renderti conto che l’unico interesse della gente è quello di riuscire a mettere il piatto a tavola, difficilmente si riesce a guardare oltre il naso, ed è “semp cos ‘e nient” il resto. Una delle cose che mi rende però orgoglioso della mia gente è che grazie a molti movimenti giovanili si inizi a respirare una sorta di risveglio.

“Pullecenella” è il singolo che quattro anni fa vi ha consacrati alla scena musicale . “La Maschera” è il nome che avete scelto per accompagnare il vostro percorso in musica. Pulcinella incarna proprio l’indipendenza per eccellenza, l’antieroe, quello che riconosceva il malgoverno e i faccendieri e li denunciava deridendoli. Quanto ne avete subito il fascino durante la vostra crescita? (il plurale maiestatis è rispetto all’intero gruppo)

Eccola che ritorna (ndr: ridiamo). Pullecenella è la prima canzone che ho scritto in assoluto. Sì ne ho risentito il fascino ma fino ad un certo punto, perchè poi documentandomi, cercando le radici e la storia di questa maschera (noi  siamo soci onorari del museo di Pulcinella ad Acerra per altro) – ah, sapevi che la leggenda vuole che in faccia non abbia una maschera ma una voglia che gli è stata causata da sua madre che mentre era gestante si è pulita la fronte con le mani sporche di cenere? – ho capito che egli incarna tutte le cose che non mi piacciono di Napoli. Pullecenella quando cammina lo fa quasi ondeggiando, lui viene dalla terra, e questo ondeggiare verso il basso è un simbolismo quasi a significare il richiamo della terra da parte di tutte le sue sventure. Nella canzone lui è l’antieroe e vive in un mondo che non esiste, “’o vicolo ‘e l’alleria”, è stato un escamotage per sovvertire un po’ la maschera.

Nonostante l’anima folk e le sonorità tipiche di una Napoli storica, non possiamo negare che il tutto lo rielaborate in chiave moderna. Quanta autenticità si è andata perdendo nei secoli?

Se si ascoltano bene le canzoni storiche napoletane anche in quelle degli anni ’90 come nelle più attuali, si riesce sempre a percepire quella radice classica. Anche in ParcoSofia (ndr: ultimo album de La Maschera edito da FullHeads) c’è una canzone “Palomma ‘e mare” che ha un richiamo a quel classicismo. Quindi se da un lato la musica napoletana si è così contaminata da sembrare quasi lontana dal mondo classico, un richiamo lo si riesce sempre a trovare perchè poi in fondo è nel sangue di chiunque scrive canzoni quì.

Un pubblico fedele vi segue – ricordiamo il doppio sold out del Teatro Bellini e del centro sociale Scugnizzo Liberato. Il modo di comunicare con i fans è cambiato negli anni. Se aveste fatto musica vent’anni fa, senza i social network, i momenti di condivisione con i fans si sarebbero limitati ai post concerti. Quanto ha minato questo l’indipendenza degli artisti?

Purtroppo non te lo so dire perchè io ho vissuto direttamente nell’epoca dei social. La cosa che è cambiata è questo rapporto più stretto che i fans hanno con l’artista, la possibilità di mandargli un messaggio e riuscire a vedere pure se e quando questo lo ha letto. Io sono nato musicalmente nel momento in cui già c’era YouTube e YouTube ha stravolto tutto, la discografia, il pubblico. Però sicuramente hai ragione tu a dire che questa sorta di confidenza ha cambiato un po’ le cose ma ciò che fortunatamente non si è persa è l’emozione del fan quando ti incontra dal vivo. A me tutto sommato questo contatto così diretto però piace, alla fine di un live un fan mi ha chiesto “Come Stai Robè?”, e non è una cosa scontata che uno si interessi anche alla persona oltre che all’artista.

L’avere un applausometro sempre connesso col pubblico, con spazi di condivisione h24 non rischia di muovere – in un artista- la propria arte a favore di consensi più di libera espressione?
Certo che rischia. Io non riesco a farmi molto influenzare da ciò perchè purtroppo – a differenza di tanti altri miei colleghi – non ho la capacità di scrivere tantissimo, riesco a scrivere solo in momenti di intimità assoluta e quindi capita quella canzone la te la prendi senza pensare troppo all’applausometro o alle reazioni. C’è anche un altro dato che incide in questa mia “controtendenza” ed è che io non riesco a condividere i miei prodotti in fase embrionale, addirittura alla band li sottopongo soltanto quando ho un’idea di che direzione dare al lavoro.

In cosa pensi stia peccando la nostra generazione?
Pecca in fretta.  E’ il peccato più grande che stiamo facendo. Ogni cosa è diventato un fast food. E’ un danno imposto questo però, ci hanno abituato così i mass media e la società stessa. Anche la discografia è diventata un fast food, ci hanno orientati verso l’idea che un pezzo debba durare massimo due mesi e per poi sparire. Ma perchè questo? E poi ti ritrovi ad ascoltare i Beatles ancora oggi in macchina, invece dei contemporanei. Un invito che io faccio sempre a chi viene alle nostre presentazioni è di sedersi ed ascoltare il disco – non solo il mio, tutti – e non limitarsi al solo tormentone, prendersi del tempo per gustarne l’ascolto. L’esempio classico di questa fretta di cui ti sto parlando sono le Insta-Stories che durano 24h e poi spariscono, eppure stanno andando fortissimo.

Proviamo a fare con te un gioco nuovo, quello della contaminazione: ti do la possibilità di fare un appello ad un tuo collega indipendente extracampano, gli puoi chiedere una curiosità, un consiglio o addirittura una collaborazione. Io riferirò e aprirò la sua intervista partendo da questo tuo appello. Fammi fare un po’ la De Filippi della musica. Chi scegli e cosa vuoi dirgli?
Bellissimo. Ovviamente scelgo Giovanni Truppi, gli chiederei innanzitutto di farsi vedere di più a Napoli, e poi rilancerei con l’appello di Vincenzo (ndr: Capasso, tromba della band) e gli chiederei anche io un featuring live su “13 Primavere”. “Ja Giovà vieniti a divertire con noi, ma prima jammece a mangià na cosa assieme.”

Adesso però l’appello lo facciamo ai tuoi fans, che sono il motore della tua arte. Qual è il messaggio più indipendente che senti di inviargli?
Tutte domande complicate però, belle ma impegnative… Allora il messaggio è ancora di fermarsi e prendersi il giusto tempo per fare le cose, ma soprattutto di rendersene conto quando si sta bene. “Quando sei felice facci caso”, sembra parecchio banale eppure questi momenti durano così poco che è giusto riconoscerli. Insomma qual è il mio messaggio per i fans? “Quando trovate ‘o vicolo ‘e l’alleria fermatevi”.

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