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Musica INDIEspensabile | Willie Peyote “la mia indipendenza è sempre assolutamente totale”

Eccoci alla consueta puntata di “Musica INDIEspensabile”, la rubrica che si occupa di selezionare sound ed artisti a cui ogni appassionato del genere – se di genere possiamo ancora parlare – non dovrebbe mai rinunciare ad avere nel proprio Ipod.

Ma ci siamo prefissati anche un altro scopo, interpellare i nostri ospiti e sviscerare con loro ambiti dell’indipendenza visti con gli occhi degli addetti ai lavori. Il quesito di questa puntata è cercare di capire, in linea generale, da cosa nasce questa esigenza di ritorno all’indipendenza se poi tutto sommato ognuno punta al successo.

La produzione musicale che regola il mainstream è guidata da importanti etichette discografiche che promuovono nuovi talenti attraverso grandi stazioni radio che creano tendenze artificiali che si traducono poi in identità svanendo tra le autenticità originali degli artisti facendo tutto ciò per il business di vendita. La produzione di dischi underground avviene attraverso etichette indipendenti, circuiti fondati per lo più dagli stessi artisti che decidono di ribellarsi alle logiche del marketing e autoinvestono su di sé e su artisti a loro avviso validi, questo comporta – almeno a parole – una tutela per la creatività, lo stile, le proprie idee e la dignità degli autori. Un sistema informale si è però sviluppato nel tempo, per cui le etichette indipendenti alimentano spesso nuovi artisti e nuovi generi, come grunge e hip hop. Se questi nuovi artisti o generi crescono per attirare una base di pubblico sostanziale, le etichette principali spesso poi li assumono. Un sillogismo quasi collaudato ormai. L’etichetta principale gestisce la distribuzione dell’etichetta indipendente e firma gli artisti più importanti, il passaggio indie vs mainstream diventa così un gradino già salito.

Ospite di questa puntata ed esponente dell’hip hop nostrano è Willie Peyote, impegnato nel suo tour che segue l’uscita del grande successo discografico “Sindrome di Toret”, ancora legato al circuito dell’indipendenza sia nella scelta discografica che nella verve cinica e tranchant.

Ciao Guglielmo, benvenuto nella mia rubrica “Musica INDIEspensabile”, noi ci siamo già sentiti a luglio e abbiamo raccolto le tue sensazioni da fine tour e da vigilia del nuovo album. Oggi cambiamo tema e parliamo di INDIE, cosa significa INDIE per te e cosa lo è?
Mi vengono in mente “Le Coliche” quando dicono “l’indie è morto a’ Tommà, l’avemo ucciso noi”, parodizzando i Thegiornalisti. In Italia non lo so se possiamo effettivamente parlare di Indie o catalogare un genere Indipendente davvero, è diventato tutto così grande da non riuscire più a definirlo in un modo piuttosto che in un altro. Cos’è indie per me? Sicuramente Coez, ha fatto un ottimo album, ma anche in questo caso non lo definirei per forza indie, penserei piuttosto ad una evoluzione del suo naturale percorso artistico.

Da qualche mese è uscito il tuo album “Sindrome di Toret” che è un concept album che critica la nostra società e l’apparente “libertà d’espressione”. Quanta indipendenza hai messo nella composizione di questi brani?
Totale, la mia indipendenza è sempre assolutamente totale. Io non sono legato ad etichette, non ho chi mi muove i fili e sono indipendente in maniera assoluta. Non ho limiti artistici se non quelli che mi impongo da solo.

Parliamo dei “leoni da tastiera”, diciamo che con la tua ironia non gliele mandi a dire…
(ndr: ride) Mica solo a loro, io non le mando a dire a nessuno. Guarda in realtà “leoni da tastiera” lo siamo tutti, e quando una cosa diventa di tutti non è più di nessuno. Ti voglio dire che alla fine di questo sillogismo bisogna pensare che senza gazzelle non possono esistere i leoni, e che quindi questo fenomeno lo definirei più di “gazzelle che giocano a fare i leoni dietro le tastiere perchè non hanno/abbiamo il coraggio di esserlo davvero come i leoni”.

Tornando al tema centrale della rubrica, che è l’indie, un tempo definiva per lo più quel cantautorato ostico o quel rock underground che non era riuscito a sconfinare, adesso c’è stata una apertura al trap, che è anche un po’ il tuo genere ed il motivo per cui sei stato collocato in questo genere…
Ormai indie è solo “musica italiana fatta in un certo periodo storico”, nella fattispecie nel nostro periodo storico. E’ una definizione talmente larga quella di musica indipendente che non ha neppure bisogno di essere catalogata così o in maniera differente. Io penso che si tratti di periodi storici, di bisogno di innovazione e che adesso siamo in quella fase in cui “Ramazzotti ha abbondantemente rotto il cazzo, e che quindi meglio Paradiso va’”

A proposito di Paradiso, la vecchia diatriba con Manuel Agnelli che sostiene che il “migliore Paradiso non sia degno del peggiore Venditti” come la vedi, la fai tua questa affermazione?
Io penso che si tratti di messaggi e anche in questo caso di epoche, Manuel deve riconoscere che i suoi messaggi ormai ventennali probabilmente hanno stancato, o che le nuove generazioni preferiscano un diverso tipo di comunicazione, più vicino al linguaggio di Paradiso, e che non va demonizzato nè lui nè il pubblico. Ciò non toglie che io preferisco sempre di gran lunga ascoltare Manuel Agnelli e non Tommaso Paradiso eh.

I cantautori sono un tema che abbiamo già affrontato nella precedente intervista e hai affermato che un intero album d’amore non lo reggi così come che “per fare l’amore non ti serve andare in mezzo ai tori di Pamplona o sotto il sole di Riccione”. Sono usciti molti album del genere nell’ultimo mese, qualche piacevole scoperta?
Degli ultimi che ho ascoltato sicuramente Caparezza su cui ho una visione sempre molto critica. Mi piace molto, trovo che il suo rap sia assolutamente di livello, ma il sound in questo album è un po’ discutibile. Ha fatto scelte musicali che non mi piacciono, le chitarre distorte che trovi nell’album lo allontanano troppo dal rap, se voglio ascoltare quel tipo di basi mi butto su un cd dei Q.O.T.S.A. e non su Caparezza. Ho ascoltato anche l’album di Coez, e devo ammetterlo, l’ho preferito a Caparezza.

“Nella vostra trasgressione c’è un sacco di conformismo, in tutto quel disagio c’è un sacco di narcisismo”, ci stai dicendo che proclamarsi “indipendenti” fa semplicemente figo e, al contrario, ci omologa?
Esattamente, suona molto bene questa tua definizione di omologazione. Dici che definirsi “indie” e di nicchia faccia figo, io non penso sia necessariamente un vanto o un pregio appartenere ad un genere piuttosto che ad un altro, non è discriminatorio affatto farsi piacere il pop.

In “Vendesi” riesci ad usare una metafora che io trovo geniale per descrivere la situazione discografica attuale: paragoni le etichette, le major, alle groupie che cercano qualcosa da te solo quando sei già famoso.
È la triste logica di ogni ambito in cui hai fama, che sia nello sport, nella politica, nel cinema o nella musica. Se diventi famoso ognuno ne vuole un pezzetto. Vorrei a questo punto però fare una piccola precisazione: parlo di “fama” e non di “successo”, perchè la fama significa essere famosi, magari anche solo in quel momento, la popolarità invece indica un processo più duraturo, te la devi conquistare.

“Sindrome di Toret” è una crasi fra la sindrome di Tourette, condizione neurologica di tic verbali, e le toret, le fontane torinesi a forma di toro. E’ una metafora di una generazione liquida che sputa sentenze affetta da tic di implacabile bisogno di dire la sua per malsano egocentrismo?
La “sindrome di Tourette” sono io ad averla, dicono in molti. Questo disco, così come gli altri, sono essenzialmente degli specchi per me.

E’ incredibile come in ogni nostra intervista mi resti impressa qualche tua frase che poi posso sempre rivendere come mia….
Ti è piaciuta molto la metafora dello specchio eh.

In realtà stavo ancora pensando a Ramazzotti che ha rotto il cazzo…
Uno si impegna tanto per dire qualcosa di filosofico e fare il piacione e poi colpiscono sempre le minchiate di me… (ridiamo, ndr)

Quanto i social network, che fra le altre citi in “Avanvera”, hanno acuito questa necessità di etichettarsi indie o mainstream?
Non so se i social effettivamente possano aver avuto questo ruolo così centrale. Il dibattito indie vs mainstream esiste da che mondo è mondo, probabilmente i social hanno solo contribuito alla diffusione dell’indie, ma a carattere comunicativo più che musicale.

Parliamo del tuo tour, lo seguiamo anche a distanza grazie alle tue storie su Instagram. Come sta andando e che progetti hai in futuro per continuare a stupirci?
È andata molto molto bene. Io non sono di quelli che decretano il successo dal numero di biglietti venduti. Puoi aver fatto tutti sold-out e lasciare che il pubblico torni incazzato a casa perchè non sei stato in grado di coinvolgerlo. Il polso della buona riuscita del mio lavoro resta sempre il mio pubblico, sono loro a farmi capire se sto lavorando bene o no. Poi dire che si è registrato un altro sold out richiama altri sold out, come dire che sei ricco attira ricchezza, ma la mia ricchezza è la soddisfazione dei miei fans.

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