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Tomakin 23/04/2011
Tomakin
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Geografia musicale

Nuova onda musicale spinta dal passato e che arriva sulla spiaggia con tante novità e contaminazioni. I Tomakin esplorano le "geografie umane" attraverso testi e musiche ben articolate. Rubando un po' del loro tempo facciamo loro qualche domanda per capire sempre più il mondo Tomakin.

Le nostre canzoni sono frutto di un percorso personale non per forza riconducibile solo a determinate correnti

Ascoltando le vostre canzoni estratte dall'album "Geografia Di Un Momento" è chiara la scelta di un genere musicale che riporta alla new wave. Quello che però vi rende particolari sono certe sonorità e certi testi più positivi rispetto alla cultura nera della new wave. Forse allora abbiamo qualche speranza di salvare noi stessi?
JOY
: È anche il periodo storico, quindi il periodo attuale, a determinare il contenuto delle canzoni. Dobbiamo provare a salvarci, anche se l'impresa appare tutt'altro che facile!
GIOVANNI: Forse proprio noi giovani dovremmo conquistarci uno spazio di discussione e soprattutto di decisione: dire la nostra per "evitare davvero il collasso".

Attraverso i vari social network ho letto molte belle parole spese, e aggiungo anche le mie, per la vostra canzone "Bar Code". "Scriverò il tuo nome su questa cicatrice. In un giorno felice dimenticherò. Sei stata una ferita". Da dove i Tomakin prendono la loro ispirazione per scrivere i testi e le musiche?
J
: "Bar Code" nasce in modo diverso rispetto agli altri brani del disco, la musica inizialmente era stata composta per un corto realizzato da alcuni amici, in un secondo momento ad essa è stato aggiunto il testo scritto da Paolo Archetti Maestri. In generale prendiamo ispirazione dalle nostre esperienze, dalla vita quotidiana, da un fatto che ci può aver colpito o che ha toccato i nostri sentimenti.

Come vedete il vostro tributo agli anni '80 nel periodo attuale musicale? Cosa vi piace e cosa non digerite della musica che vi circonda?
ALESSIO
: Non ritengo si tratti di un tributo agli anni '80, ma se intendi che con alcune canzoni facciamo rivivere quel periodo allora questo mi fa piacere. Per ragioni anagrafiche li abbiamo vissuti di striscio, eravamo bambini: certo che la luce di quegli anni, le immagini, le cassettine e i dischi dei nostri genitori sono vivi nella memoria. Le nostre canzoni sono frutto di un percorso personale non per forza riconducibile solo a determinate correnti o gruppi: probabilmente sono evidenti alcuni ascolti mentre altri sono meno rintracciabili. Cosa non mi piace? Non mi piacciono i talent-show che ogni stagione sfornano cantanti tutti uguali e non mi piacciono le band che non danno importanza ai testi.

Gli ultimi CD originali che avete comprato?
A
: "Nelson" di Paolo Conte.
J: "The English riviera" dei Metronomy.
G: "Hermann" di Paolo Benvegnù.

Siete un collettivo di sei elementi. Ci sono maggiori difficoltà nelle scelte da fare per il gruppo numeroso rispetto per esempio a un trio?
A:
Direi di no. In questi anni non è mai mancata un'unità di intenti sia sulle scelte artistiche che sul resto. Siamo in tre a scrivere i testi: individualmente sviluppiamo un'idea, poi si cerca di finalizzarla insieme, così il brano diventa davvero del gruppo e non il prodotto di un solo elemento. Più o meno lavoriamo nello stesso modo sulle musiche tutti e sei in sala prove; mentre per ciò che riguarda l'organizzazione cerchiamo di dividerci gli impegni e le cose da seguire, anche se in questo siamo molto più disordinati.

Difficile soprattutto agli esordi campare con la musica. Avete altri progetti o lavori parallelli?
G:
Tranne Denis siamo tutti precari! L'aspetto positivo è che lavoriamo in ambiti per certi versi "confinanti" con la musica, questo ci permette di trovare parecchi spunti per le cose che scriviamo o per i progetti che vogliamo sviluppare. Nei weekend capita di fare dei dj-set in alcuni locali e Genova o in Piemonte. Valerio studia all'Accademia delle Belle Arti di Genova e suona in altri gruppi, così come Diego, l'unico che vive davvero di musica essendo insegnante di batteria e musicoterapeuta.

Come vivete il momento live? Vi piace come reagisce la gente al vostro spettacolo?
J:
Sicuramente non ci definirei animali da palcoscenico, però siamo sempre alla ricerca di concerti poiché ci forniscono l'energia per il successivo lavoro in sala prove o in studio. A parte poche occasioni ci siamo sempre esibiti su piccoli palchi, nei club, nei bar, nelle osterie, la gente in queste situazioni reagisce bene e noi ci divertiamo come fossimo tra amici: si balla, si suda, si prendono gomitate perché lo spazio è spesso limitatissimo. Tra le altre cose siamo reduci da un concerto davvero intenso allo Spazio211 di Torino, un bel live davanti ad un pubblico numeroso, attento e molto caloroso.

Ormai va di moda per una band cambiare genere e non soffermarsi su uno stesso stile musicale più di tanto. Il vostro DNA invece rimarrà sempre sullo stesso timbro o dentro di voi già pensate a nuove contaminazioni?
A:
Siamo nati come un gruppo rock ma in "Geografia di un momento" ci siamo già affacciati ad altri suoni: pensa a "Collasso", nella quale abbiamo provato a giocare con l'elettronica o allo special rap di Matiz in "Autoconvizioni". All'interno della forma di una canzone non mi va di escludere alcuna variante o contaminazione: stiamo già lavorando su altri brani senza imporci un percorso musicale predefinito.

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