Home > Recensioni > My Own Parasite: God 3 – Myself 0

The mind is a terrible thing to taste

Ecco una cosa che non ci saremmo mai aspettati: un ritorno di fiamma dell’underground italiano per il post rock primi anni ’90.
tORQUEMADA e My Head For A Goldfish usciti nel solo 2008, e ora questi My Own Parasite. Che si rifanno a quel periodo d’oro in cui si spezzettavano i classici stilemi del rock e li si trasformava in pezzi taglienti, spigolosi e intricati.

Un po’ Slint (ma meno emotivamente devastanti), un po’ Jesus Lizard (ma meno aggressivi), con un tocco di Sonic Youth nel cantato, i My Own Parasite scrivono pezzi lunghi e cervellotici, un po’ troppo per non rischiare di far perdere l’ascoltatore per strada. Fortunatamente la tracklist gioca su momenti più rilassati e quasi jazzati (“Running Disorder”) e bordate più aggressive (“Keisukeueda”, “One Black Car”), in un saliscendi che dona dinamicità all’insieme. Il dato più interessante, comunque, è che i pezzi di “God 3 – Myself 0″ mostrano il loro meglio quando supportati dal cantato in italiano, dimostrazione che una strada interessante e personale per declinare la materia ci sarebbe. Basterebbe il coraggio di esplorarla più a fondo.

Stiamo comunque parlando di un gruppo di talento, come dimostra il secondo CD di “God 3 – Myself 0″, raccolta di versioni acustice dei loro brani, ottima operazione di dissezione della propria arte.
Un po’ più di intraprendenza e una maggiore attenzione alle melodie rispetto alla complessità, ecco cosa servirebbe ai My Own Parasite.
Cosa che, tuttavia, non toglie loro una buona dose di applausi.

Scroll To Top