Home > Recensioni > Nabat

Siamo in Azerbaigian, e Nabat è una povera donna che si fa ore di cammino per andare a vendere il suo latte di mucca che non vuole più nessuno. Il marito, vecchia guardia forestale, rimane a casa malato, e Nabat deve anche prendersi cura di lui. In più la guerra incombe, e d’un tratto il villaggio in cui vivono viene completamente evacuato. Anche il marito muore, e la donna rimane da sola nel villaggio, e alle prese con una totemica lupa che le fa da guardia.

Elchin Musaoglu Guliyev è un documentarista con alle spalle oltre cinquanta film di cui “Nabat” è solo il secondo di finzione. La storia è ispirata a un fatto realmente accaduto, ma romanzato secondo l’idea del regista che le madri siano le principali vittime delle guerre, sopravvissute ma destinatarie delle maggiori sofferenze. Ed è su questo insostenibile dolore che decide di declinare tutto il film, dove questa madre, che ha perso l’intera famiglia e l’intero villaggio, si aggira tutta intenta nelle sue faccende completamente irrilevanti. Il culmine di questi riti è il lento e ossessivo pellegrinaggio presso ogni casa abbandonata del villaggio per accendere una lampada a olio a ogni finestra. Da lontano, di notte, il villaggio fantasma sembra vivo e vibrante. A osservare tutto ciò, oltre ai militari allibiti che credevano evacuato il posto, c’è una lupa.

“Nabat” è quel tipo di film per cui chi frequenta i festival di cinema viene preso in giro: ex repubblica sovietica, paesaggi desolati, simbolismi arditi, e lento e insistito ritratto del dolore di gente umile. Consigliato per i cineforum con dibattito.

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