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Nadàr Solo: Gli infissi non servono

I torinesi Nadàr Solo hanno pubblicato all’inizio dell’anno 2013 il loro ultimo disco, “Diversamente, Come?”.
Noi li abbiamo incontrati in occasione del Bum Bum Festival di Trescore Balneario, quando in serata avrebbero poi aperto ai Tre Allegri Ragazzi Morti.
Leggete un po’ quanto ci siamo detti, ché vi fa bene.

Sarà una domanda scontata, ma io ti chiedo: com’è nato il vostro ultimo disco, “Diversamente, Come?”?
Innanzitutto “Diversamente, come?” è una frase che si trova in un brano, “Quel Sabato Mattina”, e tutto il disco è nato in un modo totalmente diverso rispetto al precedente. Se in “Un Piano Per Fuggire” eravamo partiti più dalla musica e poi successivamente erano venute le parole, qui c’era proprio l’esigenza di esprimere i nostri pensieri e quindi l’idea di produzione dell’album, insieme alle canzoni, ha ruotato intorno alla necessità di far emergere i testi. Sarà un disco forse meno rock, meno aggressivo del precedente.

“Diversamente, come?” poi è, in fondo, una domanda di chi non sa più che pesci pigliare. Era un modo per sottolineare il sentimento che attraversa tutti i brani, e che riguarda il senso d’impotenza offerto da quest’epoca alla nostra generazione, ma forse anzi, almeno un paio di generazioni, al momento; l’impotenza di fronte alla vita, alle responsabilità, ai rapporti con gli altri. Si tratta di un disco in cui c’è sicuramente molto amore, il quale fallisce non tanto per l’assenza dei sentimenti, quanto per l’incapacità di far funzionare la vita affettiva.
Probabilmente è la prima volta che abbiamo fatto un disco nato da esperienze puramente biografiche.

Infatti l’impressione che si ha è di realismo amaro, diversamente da “Un Piano Per Fuggire”.
Sì, esattamente. I testi raccontano una sorta di sconforto verso la vita. Al contrario, quello che cerchiamo sempre di fare è non essere ridondanti con la musica rispetto ai testi: evitiamo che a un testo malinconico corrisponda una musica altrettanto pesante, altrimenti sarebbe un suicidio (ride). Quindi l’atteggiamento dal punto di vista musicale è sempre quello di contraltare, di riscatto rispetto alle parole. Ed era la tendenza anche dell’album precedente.

In questo ultimo disco vi è un brano, “Il Vento”, che vede la partecipazione di Pierpaolo Capovilla…
… e di tutto Il Teatro Degli Orrori.

Ah sì? Bene.
In realtà il testo è stato scritto da noi e Pierpaolo è poi intervenuto su alcuni suoi passaggi; l’arrangiamento invece è stato fatto insieme a Il Teatro Degli Orrori.

Tu avevi già presentato il tuo libro con Capovilla: com’è nata la vostra collaborazione?
Siamo partiti proprio dal libro, nel senso che quando lo stavo per pubblicare, avendo deciso con l’editore di cercare un personaggio un po’ a cavallo tra musica e letteratura che scrivesse una prefazione, io ho voluto fortemente che fosse lui. Lo seguivo da anni e mi piaceva molto, in quel periodo stava inoltre portando in giro il reading di Majakovskij e per cui era vicino all’aspetto letterario. Gli ho semplicemente scritto su Facebook, gli ho detto “Guarda, sto pubblicando questo libro e mi piacerebbe tu scrivessi la prefazione”, non lo conoscevo di persona. Lui mi ha chiesto di mandargli il libro, che ha letto velocemente, e ha scritto questa prefazione. Da lì poi è nata consequenzialmente l’idea di fare dei reading insieme; ne abbiamo fatto uno estemporaneo a Torino durante l’estate e di seguito è nato un vero e proprio tour in alcune città italiane e così ci siamo conosciuti bene, passando settimane insieme.

È una collaborazione fortunata nel senso che il mio romanzo parla in buona parte di immigrazione, quando glielo proposi non sapevo che Pierpaolo stava concependo in quel momento “Il Mondo Nuovo”, un disco sulla figura del migrante. Per cui successivamente lui ha preso ispirazione dal mio romanzo per i testi e quindi la collaborazione è continuata in maniera naturale.

C’è un pezzo che mi piace particolarmente, “La Ballata Del Giorno Dopo” e vorrei chiederti cosa ci sta dietro.
Matteo: Te lo potrà spiegare bene Federico, che è l’autore del brano stesso… è una canzone che parla di un dopo sbronza, semplicemente.
Federico: Il discorso è provare a descrivere questo momento che noi tutti, credo, abbiamo vissuto, ovvero l’alba del giorno dopo. Volevo definire questo senso di smarrimento, di autodistruzione serale a cui segue una rinascita obbligata alla mattina, con tutte le conseguenze del caso. Il testo nasce da lì. Musicalmente invece in quel periodo stavo ascoltando tanto i Beach House e avevo un giro di chitarra che mi era rimasto in testa, così ho indirizzato l’arrangiamento verso tali atmosfere ed è venuto fuori il pezzo.
[PAGEBREAK] “Le Case Senza Le Porte” è l’altra canzone in cima alla classifica delle preferenze. Parlamene un po’.
Questo pezzo tratta del sottolineare quanto, nella vita quotidiana, ci occupiamo di cose che non contano alcunché nella nostra esistenza e sono quei piccoli impegni, quelle piccole seccature, scocciature, soprattutto la concentrazione sugli aspetti materiali della vita, l’esigenza di sicurezze. Da qui badare alle porte, che siano sicure e blindate, se il pavimento è crepato rifacciamolo… tutta una serie di problemi che non c’entrano con il vero significato della vita. Sono le cose che ci fanno ammalare e ci fanno venire “gli stress”, prendere gli psicofarmaci, quando invece anziché ricorrere al medico dovremmo solo esprimerci di più tra noi. Quindi l’immagine di una casa senza le porte è l’idea di un posto che non vuole proteggersi dall’esterno, ma è aperta e pensa a proteggere chi ne ha bisogno.

Voi venite da Torino: qual è il vostro rapporto con la città?
Direi che è ottimo e, anzi, dal punto di vista musicale negli ultimi anni fortunatamente si è creato un ambiente fertile di collaborazioni tra le band, per cui è un piacere starci perché abbiamo rapporti molto intensi con altri artisti. Per esempio Daniele Celona, a cui facciamo da backing band quando si esibisce; teniamo molto anche ad Alberto Bianco. Insomma, c’è di nuovo fermento. Negli scorsi anni ci si era adagiati sulla vecchia scena torinese (Subsonica, Perturbazione, Linea 77) senza che capitasse alcunché di fresco.
Torino la amiamo, è un posto bellissimo.

E qual è il vostro rapporto con il pubblico, invece?
I concerti hanno la loro durata, a seconda dell’organizzazione e del locale, ma la parte bella della serata è proprio quando finiamo tra la gente e iniziano le chiacchiere. Si conoscono un sacco di persone, per cui siamo molto contenti.

Bene, non siete affetti da divisimo.
(ride) Non avremmo nemmeno delle buone ragioni per esserlo!

Infine, vorrei chiedervi di nominare un disco, un libro e un film che vi hanno segnati.
Alex: Io al limite come libro posso nominare le storie di Paperino (ride)
Matteo: (risate) Dai, Io faccio il libro: “Delitto E Castigo” di Dostojevski, che è stato molto importante nella mia crescita.
Federico: Io direi il disco, ma poi ho paura a lasciare il film ad Alex… Anzi, dico io un film: “Magnolia” di Paul Thomas Anderson.
Alex: Come disco è difficile, sono in crisi, ma dirò “In Utero” dei Nirvana.

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