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Nadàr Solo: Nell’ombra positiva

È facile riconoscere la folta chioma riccia di Matteo nel contesto del Mi Ami. C’è ancora poca gente qui a Milano, siamo appena all’inizio di questa lunga giornata rock targato Italia e la prima cosa che mi chiedo è, appunto, come si fa a far suonare i Nadàr Solo all’inizio scaletta e non alla sera, quando c’è più gente, come meriterebbero. Alla fine siamo riusciti a trovare una pecca del Mi Ami, devo ammettere che è stato difficile!

Una volta intercettato, Matteo, disponibilissimo, accetta subito di fare l’intervista. Ci sediamo nel backstage della collinetta di Jack, dove tra poco lui si esibirà con il resto del gruppo (Federico Puttilli alla chitarra e Andrea Zanuttini alla batteria, che cercano un po’ di fresco all’ombra del palco).

Avete due dischi all’attivo. Il primo uscito nel 2007 e il secondo, “Un Piano Per Fuggire”, uscito in questo ultimo periodo. È cambiato qualcosa a livello musicale o a livello del mondo che circonda i Nadàr Solo?
No, a livello musicale direi di no. La differenza tra i due lavori è che “Un Piano Per Fuggire” è stato elaborato in un breve tempo rispetto al primo che invece raccoglieva, come dire, tutto quello che avevamo scritto dalla fine anni ’90 fino a tre anni fa; diciamo che è stata come una selezione in studio che ci ha aiutati a “sbarazzarci” di tutti i brani suonati in quel lungo lasso di tempo. L’ultimo lavoro invece è stato concepito negli ultimi due anni e il risultato ottenuto è un suono più coeso. Per quanto riguarda il mondo intorno ai Nadàr posso dire che ci sono sempre state tante realtà, tanta gente e soprattutto tante band. Penso che al giorno d’oggi si sia sviluppato finalmente un bel momento a livello musicale, si dice sempre che qui in Italia non c’è niente, ma in realtà le band sono tante e di valore.

Il primo album è stato autoprodotto e poi subito distribuito dalla Sony. Pensi che sia valida l’idea dell’autoproduzione? Lo sforzo viene ripagato?
No, quasi mai… Nel senso che vale la pena di essere convinti di quello che si fa, vale sempre la pena sbattersi e cercare di arrivare all’obiettivo. La musica è una passione e se pensi che hai qualcosa da dire lo devi fare. Dal punto di vista dell’autoproduzione, noi l’abbiamo fatto, e siamo anche stati fortunati. Ma se non trovi qualcuno che ti supporta alla fine è giusto autoprodursi, anche perché, rispetto a qualche anno fa, è molto più facile farlo attraverso tutti i social network di oggi.
Le major attuali sono dannose per la musica indipendente perché non hanno la cultura per trattare con alcuni gruppi e rischiano di infilarti in canali musicali che non sono i tuoi, ti possono rovinare. Noi con Sony abbiamo avuto solo un contratto di distribuzione, ora siamo legati a una etichetta di Milano, la Massive Arts Records e ci troviamo benissimo.

Le vostre influenze musicali?
Tra di noi abbiamo anche gusti differenti. Per quanto mi rigurda mi piacciono Marlene Kuntz, Interpol e Radiohead chiaramente. A Federico, per esempio, che è cresciuto da una formazione di chitarrista acustico, piace molto Nick Drake.

A parte le vostre singole influenze, in Italia cosa vale la pena di sentire?
In questo momento, al giorno d’oggi la cosa più bella che ci sia è Il Teatro Degli Orrori. Credo che abbiano colpito nel segno del vero sentimento che lega la musica cioè il significato di voler far le cose per bene che poi danno soddisfazioni personali in cambio. Quindi loro ci piacciono sia a livello musicale, sia a livello personale. Dietro a loro poi c’è una enorme quantità di gruppi, cantanti, e la cosa mi piace. C’è tanta possibilità di cambio e scelta, ovvio che alla fine c’è il rischio che escano anche lavori brutti, ma è giusto che tutti ci provino, poi chi ha talento e qualità prima o poi sfonderà.

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