Home > Recensioni > Nadja: Desire In Uneasiness
  • Nadja: Desire In Uneasiness

    Nadja

    Loudvision:
    Lettori:

Il drone, e fissarsi le scarpe

Da quando Stephen O’Malley l’ha sdoganato, hanno deciso tutti che il drone è figo e che bisogna suonarlo assolutamente. Considerando quanto è potenzialmente facile ottenere delle frequenze disturbate/anti da una dannatissima chitarra elettrica e da un altrettanto dannatissimo ampli, poi, è facile capire perché i cloni degli Earth stiano spuntando come funghi sotterranei e umidicci di mota. Un po’ come accade con i The Qualsiasicosas, solo che meno commerciabili.
Per fortuna, tra noiosi FZZZZ e pessimi CRRRRR, che sono connaturati ad un’esplosione di questo tipo, si trovano anche gemme di rara bellezza.
Una di queste si chiama Aidan Baker. Il suo nome letto al contrario diventa Nadia, anche se lui si fa chiamare Nadja. Ma comunque. Collabora insieme ad un altro tizio che si chiama Leah Buckareff. L’anno scorso fece uscire “Thaumogenesis”, un’ora di MyDroningValentine-metal, sfiancante e affascinante. Oddio, fece anche uscire altri cinque tra dischi, EP e split, il che rende lui estremamente prolifico e noi estremamente confusi. Il rischio di dischi inutili o noiosi è sempre dietro l’angolo, quando si pubblica così tanta roba.
Ed è qui che LoudVision viene in vostro aiuto! Segnalandovi il nuovo full length a nome Nadja. Che si intitola “Desire In Uneasiness”. E che è bellissimo.
La formula, in fondo, è sempre quella. Aidan Baker compone lunghe suite drone in stile Earth, impreziosite da un lavoro sui suoni di chitarra che lo avvicina più a Kevin Shields o a Thurston Moore che a Dylan Carlson. Questo rende le composizioni ariose e dilatate, allarga gli spazi, dona un respiro quasi epico a pezzi come “Disambiguation”.
[PAGEBREAK] In questo disco, poi, Baker pone particolare attenzione all’aspetto ritmico, per cui i pezzi suonano un po’ come un’orgia ipnotica di suoni e colori. O qualcosa del genere.
Il tutto senza rinunciare all’aspetto più puramente soffocante del drone, come dimostra la conclusiva “Deterritorialization”, 18 minuti di un’intensità costante e oppressiva, che muoiono d’improvviso, lasciando senza fiato.

Non era facile ripetersi dopo “Thaumogenesis” e la sovraesposizione che ne era seguita. Invece Aidan Baker è riuscito a reinventarsi, spostando un po’ il fuoco, aggiungendo elementi da una parte, sottraendoli dall’altra. E il risultato è semplice: “Desire In Uneasiness” è un altro discone, non rivoluzionario ma intenso ed emotivamente saturo.
Consigliato a chi vuole provare un’autentica esperienza.

Scroll To Top