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Nair: La latitudine del cuore

Abbiamo commesso un tragico errore “One Louder”, quel tipico scivolone di chi dimentica i fondamentali. Abbiamo oltrepassato il limite tra l’ironia e l’informazione scorretta, male esposta e priva di sostanza e di evidenze. Nasconderlo sarebbe scorretto per noi, per l’artista e per i lettori. Questo errore lo abbiamo commesso con Nair. Cioè con un’artista che è diplomata in pianoforte, che ha studiato canto e coreografia. Che non fa di professione solo la performer, ma che è autrice e compositrice. Un’artista che ha cantato insieme ad orchestre sinfoniche come voce solista, che ha mostrato le sue capacità davanti a un pubblico di 100.000 persone alle prime due edizioni di “Giovani Per La Pace”. Nair ha creduto nel dialogo e si è messa in gioco acconsentendo ad un’intervista nonostante la votazione ed il parere artistico espresso nella recensione, per permetterci di parlare di un disco sicuramente solido e di confrontarci con la sua esperienza. Anche noi abbiamo preferito un incontro dialogico con lei, perché crediamo nell’arricchimento e perché riteniamo che questo gesto di coraggio abbia un senso tutto nuovo: un clima di tolleranza nei confronti della stampa (che non ha sempre saputo coltivare il suo rapporto con l’oggetto dello scrivere), un clima di sano confronto nonostante sia sempre difficile e delicato interloquire con chi giudica, orientando il consumo, qualcosa che è prezioso. In tutti questi anni di informazione digitale, è la prima volta che un artista di questo calibro accetta il confronto nonostante quanto sia stato detto nelle nostre pagine.

“Ithaca” è pubblicato in due edizioni, nazionale ed internazionale. La storia della musica vuole l’Italia un paese poco ricettivo delle influenze estere e relativamente freddo rispetto ai soliti noti della scena. Da una parte quindi c’è sicuramente un tuo sentire cosmopolita, dall’altra una scelta artistica che potrebbe trovare risposte imprevedibili da parte del pubblico. Qual è il tuo pubblico, al di là delle scelte di mercato, e considerando le tue esperienze al di fuori dell’Italia? Quale spinta naturale ti ha dato la volontà di cercare di suonare in modo internazionale piuttosto che assecondare strade consolidate e sicure di quello che il pubblico italiano è abituato ad ascoltare?
Ho respirato musica fin da piccola, con mia madre appassionata d’opera e di grandi cantanti americani (Elvis Presley, Frank Sinatra, Barbra Streisand), che mi ha dato i primi rudimenti di pianoforte, poi studiato al Conservatorio. Mio padre era cultore di musica sinfonica, i miei fratelli invece amanti di pop e rock inglese (David Bowie, Pink Floyd, Queen, Dire Straits…). La grande Musica, penso a Mozart, a Gershwin, o ai Beatles è un linguaggio universale, senza confini, al di là della comprensione del testo. Io parto dalla musica, che non ha barriere di sorta se non il gusto soggettivo, per poi porre attenzione al testo. Pertanto i miei ascolti trasversali, il mio background, i miei studi hanno favorito il mio sentire cosmopolita, accentuato dai molti viaggi nel mondo, dagli stimoli, dalla mia innata curiosità circa nuove o differenti espressioni musicali. Il mio è sicuramente un pubblico adulto, dotato di una certa sensibilità, di un gusto raffinato, che ama il bel canto, ma anche la Musica d’Autore nel cui settore ritengo siano inseribili a pieno titolo le mie composizioni. La latitudine geografica non conta, conta la latitudine del cuore e dell’orecchio.

Nel tuo passato vi sono esibizioni al cospetto di due Papi, e in manifestazioni a sfondo culturale/religioso (le giornate “Giovani Per La Pace” ad esempio). Se vediamo questo dalla logica dell’artista: scegliere eventi come questi non significa certamente “fare solo quello” come spesso le etichette tendono a distorcere, ma sicuramente trovare un terreno favorevole rispetto alla propria sensibilità. Quanto questa sensibilità è udibile nella tua produzione artistica di oggi?
Io sono credente, credo si avverta in tutto ciò che produco e canto. La mia musica non parla di fede, ma da essa emerge una forte umanità, una ricerca spirituale, una vita interiore piena. La mia musica, e con essa il mio messaggio, si rivolge a tutti coloro che hanno sensibilità, indipendentemente dai singoli convincimenti personali, religiosi, politici o altro.

Una tua caratteristica tecnica peculiare è la tua estensione vocale. Pensiamo alla voce come ad uno strumento, come una parte dell’amalgama musicale: artisticamente questo dono che cosa ti permette secondo la tua percezione, i tuoi desideri ed i risultati che hai voluto perseguire?
Amo usare la voce come il pittore usa la tavolozza dei colori, per rendere il tutto ricco, sfaccettato ed espressivo. L’estensione è una mia prerogativa, non un fine. Quando interpreto metto la voce al servizio della canzone, ragiono soprattutto da musicista. Solitamente le mie melodie sono ariose, di ampio respiro, orchestrali. Al posto dei violini o di strumenti a fiato, la melodia è eseguita dalla mia voce. Su dodici brani solo in “Tempo” ho usato i sovracuti per raccontare nel finale come il tempo si allontana indifferente dalle nostre vite, inseguendo sue mete recondite. Quel ricamo vocale vuole suggerire questa immagine sonora. I virtuosismi non sono mai fini a se stessi, servono a rafforzare un racconto, un sentimento. La preparazione tecnica, o la dote dell’estensione rappresentano una forza in mano all’artista su cui contare, da usare sapientemente: io ho sempre privilegiato il sentimento alla perfezione. I miei concerti, in una formula inedita di soli voce e piano, ne sono la prova. Per far capire il rapporto tra tecnica e adattamento, diciamo che per esempio un’auto che può andare a 300 chilometri all’ora può andare bene anche a velocità ridotte, mai il contrario.

Una particolarità dei mercati di destinazione: nei comunicati stampa si parla spesso della diffusione dei tuoi album nei territori asiatici, spesso immaginati come mercati dove gli scaffali straripano in buona parte di un repertorio locale (ammiccante talvolta ai gusti americani). Ci vuoi parlare invece della tua esperienza con quel pubblico? Si può dire più attento, coraggioso e ricettivo di quello nostrano? La cosa peculiare è che la Cina ad esempio vanta di una storia millenaria come la nostra, eppure sembra incredibilmente pronta a ricevere stimoli dall’esterno senza creare inutili ostacoli o prevenzioni. La tua esperienza?
È vero, ad esempio i giapponesi sono attenti a ciò che accade in Occidente, pur tutelando e rispettando la loro cultura e le tradizioni millenarie. La Cina fino a pochi anni fa era chiusa a qualsiasi influenza esterna, basti pensare che non conoscevano i Beatles, i Rolling Stones. La dittatura ha condizionato ogni settore, specie arte e cultura. Ora i Cinesi sono affamati di tutto ciò che è occidentale. Ma conoscono la ferrea disciplina, il rigore assoluto, basti pensare allo sport e alla musica: bambini allevati o meglio costruiti per primeggiare in ogni campo e portare successo alla Nazione.

Parliamo di “Ithaca”. Perché scegliere la patria di “Odisseo” (o di Omero stesso) come titolo?
Ithaca è una metafora – ispirata all’omonima lirica del poeta greco Konstantinos Kavafis – sul senso della vita, intesa come viaggio verso una meta raggiungibile dopo lunghe peregrinazioni. Se la meta risulta alla fine deludente non ha importanza, perché Ithaca è stata lo stimolo per intraprendere il viaggio che ci ha arricchito di conoscenze, incontri, esperienze, emozioni, un tesoro dal valore inestimabile. Il filo conduttore dell’ album è quindi la vita nei suoi diversi aspetti: quotidianità, amore, passioni, senso del tempo, solitudine, interrogativi irrisolti, sogni, ricerca e scoperta di se stessi, umori ed inquietudini, bisogno di andare oltre.

Nella traccia che dà il nome al disco la musica mima in modo evidente l’andamento fluido e ricorsivo del mare. Quanto nella musica secondo te è emozione prima ancora che sentimento ragionato? Nella tua composizione, quanto è importante raggiungere l’impressione dell’ascoltatore prima ancora che i significati più elaborati che emergono dall’analisi più approfondita?
La mia ispirazione è libera, anarchica, spontanea, lontana da pianificazioni a priori. Poi il frutto dell’istinto creativo viene lavorato per esprimere al meglio il suo potenziale: soluzioni armoniche insolite, la velocità più consona, idee di arrangiamento che valorizzino e al tempo stesso identifichino il mio mondo musicale. L’impatto emotivo è l’aspetto più importante, ma l’insieme è composto di tanti dettagli che sono il risultato di una ricerca. È bello dopo tanti ascolti di un brano scoprirne sfumature ed elementi sempre nuovi. Mi preme tuttavia sottolineare che la mia creatività anarchica è condivisa e stimolata dalla struttura con la quale collaboro fin dal mio primo album, “Sunrise”, ovvero la Ala Bianca Group, il cui presidente Toni Verona, un personaggio illuminato, mi ha sempre sostenuto e permesso di seguire il mio istinto.
[PAGEBREAK] Parliamo nello specifico di qualche traccia. “Estasi” ad esempio, giustamente definita il prodotto intrigante di un contrasto tra intimità ed epicità che in più di qualche momento coesistono. L’amore descritto nel testo è fortemente spirituale, in particolar modo negli acuti e nei momenti d’intensità spesso le parole rimandano a metafore o sentimenti sublimati. E l’intimità dove si esprime meglio secondo te in questo brano?
Estasi è un brano in cui convivono esplosioni musicali e vocali e momenti delicati e sussurrati, come in una passione amorosa viva. L’intimità è espressa in alcune frasi con un’armonia di parole, canto e pianoforte.

Sicuramente “Forte E Fragile” colpisce perché frantuma le regole, ha più coraggio nell’interpretazione e inoltre fa piacere vedere come la libertà nel canto rispecchi la libertà e il gioco insito nel testo. Sempre per quel discorso di far aderire i suoni ai significati, che cosa ti ha divertito e che cosa ti ha affascinato di più dell’interpretazione di questo brano? E quale lato dei due, sempre contrapposti durante il brano, senti vestire meglio la tua personalità?
Nell’album “Ithaca” ho cercato di applicare una regola importante anche nella musica classica. Per far risaltare, quindi far apprezzare, i brani più importanti, più densi, ho inserito momenti che risultassero più leggeri per la soglia attentiva dell’ascoltatore. “Forte E Fragile” è uno di quei momenti, in cui Nair rivela un proprio autentico aspetto di adolescente, incosciente e divertita. La mia musica è molto sfaccettata perché io sono così, del resto diversi critici hanno affermato che sfuggo ai cliché, alle categorie. Mi piace alternare quadri leggeri e divertenti a quadri gioiosi e onirici; momenti intensi e passionali, a momenti potenti ed epici, a quelli introspettivi (vedi “Stati D’Animo”) e struggenti (“Only Why”). E poi mi piace giocare con la mia voce.

“Folle E Sublime”, canzone che evidenzia sinuosità e sensualità non è dedicata a qualcuno; e non è nemmeno legata a un sentimento ma ad uno stato dell’essere: la vita, capace di prendersi tutto dell’esistenza di una persona se questa è capace di viverla nel pieno del suo potenziale. Ecco, la domanda sorge spontanea: secondo te, come mai è la vita ad avere tutto questo potere, e non lo specifico della nostra sensibilità, oppure le emozioni irrazionali o i sentimenti che maturano da esse? Perché proprio la vita, secondo te, che oggi molto spesso definiamo faticosa, difficile e altrettanto spesso non bella come il singolo entusiasmo da cui capita di farci guidare?
Nel brano canto “la vita è il più forte potere che c’è”, ma è anche l’istinto più forte che abbiamo. Il valore della vita è bivalente: è oggettiva come potere esterno a noi e soggettiva come istinto insito in ogni uomo. La vita è contraddizione “ti muove fra le sue corde e le sue dita”, accarezzandoti e graffiandoti. L’uomo dovrebbe essere il perno del mondo, l’autore della propria esistenza e lo è quando sceglie liberamente, ma poi ogni scelta ha conseguenze imprevedibili, positive o negative. Pensiamo di poter dominare e controllare tutto, in realtà lo facciamo solo per una parte, l’altra è l’imprevedibile. Questo è anche il fascino della vita. Mi piace paragonarla ad una partita di scacchi, in cui l’uomo muove le sue pedine seppur abilmente, ma non può prevedere fino in fondo come si muoverà l’avversario. I sentimenti e le emozioni sono reazioni umane agli eventi, alle situazioni, agli incontri. La natura di ognuno porta ad affrontare la vita in modi diversi, ma taluni sentimenti ci accomunano.

Sei stata apprezzata da molti artisti, tra cui Michael Nyman. Che effetto ti ha fatto l’apprezzamento di un compositore che si è espresso prevalentemente con composizioni strumentali, e che con il pianoforte ha donato la parola ad un “personaggio muto” reso indimenticabile nel cinema contemporaneo proprio attraverso la sua musica?
Già, la protagonista di “Lezioni Di Piano” è muta, ma comunica con la forza dello sguardo e del pianoforte. Come canto nella mia “Questa È La Vita”, parlando di “silenzi da ascoltare” densi di significato e di emozioni… Ho conosciuto Nyman alla Biennale di Venezia e l’ho frequentato a Londra. Ha ascoltato la mia musica apprezzandola tantissimo, specie la mia “Ithaca”. È piacevole e lusinghiero che Artisti di tale fama e valore si interessino a te, ti fa pensare al qualcosa di speciale che forse hai dentro, motivo in più per percorrere la propria strada con coraggio, entusiasmo e coerenza.

Ecco la tua domanda one louder. Sfatiamo il mito della “figa senza talento/cervello”. L’arena di Verona dove suonerai ha fatto il tutto esaurito dei 22.000 posti. Per un campo d’onde sferiche che si propagano nell’aria durante la canzone “Ithaca”, con y = 1,3 e R* = 287J kg-1K-1 a p = 1,013 bar e T = 273K, a quale ottava e frequenza dovrai portare la tua voce perché nelle file M e K vicine alla cavea (larga 39,40m ovvero 125 piedi) si riesca ad annullare l’effetto del rumore bianco caratterizzato da una densità spettrale di potenza PSD = 10 W/Hz? Tieni presente che si verificherà una variazione anomala di 0,012 bar della pressione atmosferica dovuta all’ondeggiamento del pubblico sulle sillabe “For-se-un-gior-no-tor-ne-rò-da-te”.
… Sto immaginando l’ondeggiamento del pubblico dell’ Arena sulle sillabe “For-se-un-gior-no-tor-ne-rò-da-te”: emozionante!… Per il resto penso di non voler più sfatare il mito, mi ci sono affezionata!

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