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Nani intelligentissimi

Andrew Bird è nato in Illinois. È un violinista. Sua madre si chiama Beth.

Il concerto di Andrew Bird all’Auditorium è un concerto di passaggio, non solamente perché il nostro violinista nanetto preferito si trova in difficoltà quando deve presentare al pubblico delle canzoni ancora non registrate su album. Andrew Bird è uno scienziato del suono: diciamo addio al Janus Horn rotante, benvenuti tre amplificatori ordinatamente riposti dietro all’unica persona sul palco ed enfatizzati dall’ottima acustica dell’Auditorium; diciamo addio (momentaneamente) alla band, benvenuto Andrew Bird solista con una predilezione per il crollo nervoso autoprovocato.

Il set è un miscuglio di materiale nuovissimo, nuovo, e un po’ più vecchio: ora che il tour di “Noble Beast” è ben archiviato, Bird ripropone dal suo ultimo album in studio pochissimi pezzi, mentre si concentra su una serie di inediti intelligenti ed estremamente pop: “The Lazy Projector” è un brano sulla memoria selettiva, si serve dei soliti ritornelli con aggettivi colti di molte sillabe e ha la metafora cinematografica più evoluta della storia della canzone. Inoltre, Bird usa una seconda volta la sua espressione preferita, «time’s a crooked bow».
“I & I” inizia con una frase di violino lunga, aperta e anomalamente fluida, che segue la melodia proposta dalla voce: in pratica, per un momento sembra di ascoltare “Andrew Bird Suona I Corrs”, ma non disperate, poi Bird si getta sul minore creando l’equilibrio ideale per quella che potrebbe essere la sua canzone-singolo meglio riuscita.
“Pacifiers” avrebbe potuto essere meglio. “Lusitania” è scritta insieme ad Annie Clark (St. Vincent). Applausi provenienti dalla parte destra della sala non appena viene fatto il suo nome. Lei fortunatamente non è presente per suonarla, la canzone comunque è tutta chitarre dense, ironia storica e una certa tendenza melodrammatica. Piace tanto.

In breve, se queste sono le premesse, il nuovo album sarà bellissimo.

Bird con grande armonia registra i suoi loop di violino, va di vibrato giganteschi, canta, fischia, fa “ch ch” nel microfono che registra i suoi loop, si muove in cerchi, passa alla chitarra, sputa come un lama, racconta di essersi perso a «Pamphìlj Park».

Il concerto di Andrew Bird è anche un concerto che fa incazzare: chi è presente per ascoltare i pezzi preferiti rimarrà delusissimo. Bird stravolge ogni brano, prende le sue perle swing e ne fa dei pezzi rallentati e spaziosi, prende i suoi pezzi rallentati e spaziosi e li impreziosisce con introduzioni strumentali di sei minuti, mescola due canzoni insieme, usa canzoni folk tradizionali e le ripropone alla maniera di Loney, Dear. Non che manchino i pezzi come il Dio dell’album in studio comanda: “Oh No” e “Natural Disaster” sono incantevoli, ma in queste dov’è il virtuosismo, dov’è l’effetto sorpresa, dov’è l’ampio parcheggio a metà del brano? Il live è il banco di prova di Bird per dimostrare le proprie soprannaturali capacità e per fare precisamente QUELLO CHE GLI PARE.
In breve, l’Andrew Bird del 2010 non è neanche lontanamente vicino all’Andrew Bird del 2008. Ma nemmeno all’Andrew Bird del 2009 e mezzo. Semplicemente, è diverso.

La madre di Andrew Bird si chiama Beth. Ogni giorno rende grazie per averlo fatto nascere e non essere andata al cinema, quella sera.

Intro 1
Intro 2
Trimmed + Burning
Why?
A Nervous Tic Motion Of The Head To The Left
I&I
Natural Disaster
Oh No
Pacifiers
Carrion Suite
The Lazy Projector
(un pezzo improvvisato sui MUPPET)
Plasticities
Headsoak
Lusitania
Anonanimal
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Un altro pezzo nuovo
Fatal Shore / Going Home (la versione folk di SOUVERIAN?)
Happy Birthday e Hole In The Ocean Floor

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