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Nanni Moretti: Il girotondo dell’autarchico

I sintomi c’erano tutti, già dal 1974 quando nel mediometraggio “Come Parli Frate?” osava un’audace parodia della gloria nazionale “I Promessi Sposi”, molto prima del Trio: i sintomi di una malattia che tranne piccole parentesi avrebbe infettato il suo cinema rendendolo unico, inimitabile, vero pur nella falsità e nell’esagerazione.

La vita di Nanni Moretti inizia con una beffa, nasce infatti in provincia di Bolzano da due genitori romani insegnanti in vacanza, lui che è invece romanissimo e grande appassionato di pallanuoto.
E proprio la beffa e lo scherzo si sono sempre rilevati l’elemento essenziale per la costruzione di un registro narrativo che sembra quasi inesistente a chi cerca di dare un contorno lineare e concreto a una realtà che invece, secondo la visione di Moretti, è molto più interessante da raccontare usando il paradosso, l’onirico e la provocazione.

“Io Sono Un Autarchico” è l’anticipo di un principio ancora troppo immaturo ma che forse indirettamente all’inizio, e più direttamente nel corso degli anni diventerà la caratteristica principale per affermare un tipo di cinema che altrimenti sarebbe stato liquidato come semplice “provocatore”: perché spartire un titolo che già apparteneva a registi come Giordana o Bellocchio?

Moretti ha da subito cercato di vivere di luce propria stabilendo in completa autonomia i principi della propria arte, senza dover chiedere né al pubblico né alla critica l’autorizzazione o il consenso per proseguire e determinare uno stile che appunto nasce dall’esigenza di essere indipendente anche politicamente, con un’arte della critica che non risparmierà nessuno, neanche Alberto Sordi in “Ecce Bombo”: l’uso che il regista fa della macchina da presa è senza dubbio politico, ma è una polemica priva di sentimentalismo forse, così radicale e sterminatrice da lasciare poco spazio alla controbattuta.

L’alter ego Michele Apicella in “Sogni D’oro” è un conflitto continuo di ideologie e idee, un ossimoro che investe anche lo stesso Moretti, che da questo momento in poi sarà probabilmente l’autore più criticato ma anche più seguito del cinema indipendente italiano.
Apicella è il cinema italiano in crisi? È un Moretti che cerca di teorizzare il suo cinema e il suo stile? Potrebbe anche essere un semplice film su un semplice uomo in crisi. Potrebbe essere tante cose, ma è sicuramente il film di svolta di un autore che con prepotenza sorniona si fa spazio tra troppi nomi omologati. Moretti, da bravo autarchico, vive delle correnti che lui stesso crea senza alcun bisogno di ispirarsi a qualcuno.
[PAGEBREAK] È difficile parlare di autenticità in Moretti, perché quasi sempre dà l’impressione di usare artifizi e inganni, in un gioco continuo che instaura tra se stesso e la sua storia escludendo il pubblico che se proprio vuole partecipare deve stare alle regole dettate dall’autore.
In “Bianca” tutto questo è molto più evidente e Michele Apicella da semplice alter ego diventa anche un amabile (o odioso, dipende dai punti di vista) giocatore di un bluff col pubblico. Ed ecco che l’hobby preferito da Michele (osservare i suoi amici) diventa un po’ quello che Moretti-regista fa col suo pubblico: ne scruta vizi e insofferenze, li porta all’esasperazione per poi finire nella drammaticità liberatoria e questa volta sì, del tutto sincera.
Il parallelo tra artifizio e realtà può diventare quasi esasperante ma concede a Moretti un ampio spazio per poter giocare con molti temi e così sintetizzarli senza mai banalizzarli.

È il trucco usato per “La Messa È Finita” dove una certa ambiguità di fondo consente a Moretti e a chi guarda di trarre le considerazioni che meglio rispettano le proprie aspettive: è pure un lo schema di “Palombella Rossa”, critica forse un po’ troppo esplicita al Partito Comunista Italiano, ma così ben espressa nella sua giovialità che il ritorno di Michele Apicella a prenderci in giro è quasi sopportabile.

A partire dagli anni ’90 la politica assume toni più schierati, accesi e sentimentali: dopo la parentesi “Caro Diario”, è “Aprile” (1998) che dà a allo stile di racconto di Moretti una connotazione del tutto nuova, veramente di colore, non più indiscriminata, pronta a individuare un nemico e soprattutto una paura.

“La Stanza Del Figlio” ci fa trovare un Moretti più placido e disponibile, sincero nei suoi conflitti e naturale nelle sue esagerazioni. Manca il lato onirico, la giovialità diventa meno sfacciata. Per molti è il suo film migliore, per altri il peggiore, di certo non tradisce il suo principio autarchico e continua a essere originale nella forma e nello sviluppo narrativo.

Ma è chiaro che la parentesi si conclude presto con “Il Caimano”, si potrebbe dire un film sul male assoluto, sulla menzogna e sull’inganno. Sì, Berlusconi è solo un pretesto, sì, la politica italiana fa solo da contorno e c’è molto altro: è un ritratto nichilista di un paese che si getta tra le braccia del predatore in cambio di una debole speranza di gloria, quella che cerca Bruno Bonomo. Ma è difficile capire che cosa sia finzione e realtà, chi scherza e chi fa sul serio. Quel che è certo è che Moretti ancora una volta, indipendentemente dalle correnti, costruisce una critica che ha un sapore tutto suo ed originale.

E se con questo registro ci si prende gioco anche del Santo Padre, di certo il risultato non può che essere esilarante. “Habemus Papam” ritorna ai vecchi fasti degli inizi non dimenticando però il percorso che Moretti ha compiuto tra politica, critica e sentimento. È forse la summa del suo progetto di cinema e ci ha messo in mezzo Apicella, i suoi girotondi, la comicità e il sarcasmo sprezzante, oltre ovviamente al principio autarchico sempre valido. Un caimano che tritura le sue prede sempre comunque con un pizzico di allegria sorniona.

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