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Napoli Film Festival 2014, 1 ottobre: i corti e le web series in concorso

Il livello qualitativo dei corti di questa edizione 16esima edizione del Napoli Film Festival è sicuramente alto. Molti dei registi in concorso hanno tentato di tracciare uno sguardo su Napoli, sulla realtà, sul cinema, sull’audiovisivo in senso più ampio meno legato al contingente e soprattutto più ricercato dal punto di vista stilistico.

Ieri, ultimo giorno per i corti in concorso, è stata ad esempio la volta di “Guado” di Egidio Carbone, che sul volantino illustrativo del Festival era segnato con la dicitura autoriale. Un film certamente molto sperimentale, quasi muto, una donna in cammino tra le strade di Napoli e del suo lungomare, tra alberghi di lusso (il Royal) e profondità sotterranea della città, tra uomini e donne con nasi posticci (tra cui si riconoscono molte personalità partenopee: da Ernesto Mahieux a James Senese, autore anche delle musiche, da Francesco Paolantoni a Enzo Gragnaniello a Eugenio Bennato).

Tutti i personaggi sono in qualche modo osservati, guidati da questa entità, Guado appunto, che indossa una maschera e si muove nei sotterranei della città. Le doti registiche di Carbone, la sua capacità di fotografare una Napoli diversa sono indubbie, specialmente considerando che ha scelto luoghi e vie topici e iperconosciuti illuminati però da una fotografia dai colori desaturati; eppure, a modesto parere di chi scrive, nonostante la indubbie doti, il corto alla lunga risente di un’eccessiva presunzione autoriale, rischiando di parlarsi un po’ addosso.

Non è mancata l’ironia, tra i corti. È il caso ad esempio di “Santo subito” diretto da Giuseppe Pizzo che si avventura in un tema abbastanza classico per la Napoli dello spettacolo, il rapporto tra sacro e profano, condendolo però di elementi tratti dalla stringente attualità (i falsi invalidi), ambientando il tutto in un piccolo comune campano (Orta di Atella), dove si intrecciano la storia di un piccolo truffatore (Alessandro Antonino) che vende false polizze e la realizzazione di una via crucis paesana, cui però manca l’attore che interpreti Cristo. Le due storie si accavalleranno con risultati ironici e a volte ferocemente satirici nei confronti di una certa religiosità popolare.

E se parliamo di sguardi innovativi sulla città e sulla realtà non possiamo che menzionare le storie intrecciate di “41° Parallelo” di Davide Dapporto, supportato da attori noti quali Gianfelice Imparato, Massimo Dapporto e ancora una volta Ernesto Mahieux, che sembra davvero il beniamino attoriale degli autori di questa edizione (presente in tre dei corti in concorso). Partendo dal fatto che Napoli e New York sono sullo stesso parallelo e ambientando le sue storie nel giorno, nell’attimo precedente all’attentato dell’11 settembre – presente più volte, sullo schermo, intervallato alle storie dei personaggi – il regista ha voluto raccontare lo shock, il senso di blocco, il ricordo vivido che ognuno conserva di quel giorno, di fronte a quelle immagini, giocando poi con parallelismi stilistici e narrativi tra tragedia storica e tragedie individuali, direttamente prodotte dalla realtà quotidiana. È il caso ad esempio del dramma del personaggio di Imparato, che non riesce ad accettare il licenziamento dalla propria azienda. Il film è prodotto da Cinemafiction ed è passato al Festival di Cannes due anni fa. Ha vinto per la miglior regia di cortometraggi all’ultimo Social World Film Festival (2014), rassegna del cinema sociale che si tiene a Vico Equense, in provincia di Napoli.

Tutt’altra ambientazione per i due corti di Alberto Massarese, “A Ballad for Tex” e “No Place Like Oz“, che si presentano subito come alcune delle migliori cose viste quest’anno. Il regista si sgancia del tutto dalla realtà partenopea, gira con attori stranieri, in inglese, e ragiona su due miti, due fiabe tipicamente americane, derivando scenari e colori dal cinema classico a stelle e strisce e ricordando anche David Lynch per la commistione tra ambientazioni vintage e fumi che salgono davanti ai volti degli attori. La messa in scena è volutamente ricercata, teatrale a volte, rinchiusa in un set cinematografico a volte svelato direttamente, a volte accentuato nelle sue componenti scenografiche. Al centro di entrambi i film due donne, due personaggi in bilico tra veglia e sonno, tra sanità e pazzia, due temi che il regista ha detto di prediligere e ha aggiunto: «Quando mostro i miei film qui mi dicono che sembrano molto americani, quando li mostro negli Stati Uniti per i critici americani sono molto europei, italiani. Questioni di prospettive».

E veniamo al divertentissimo “Tacco 12” per la regia di Valerio Vestoso che racconta il fenomeno dei balli di gruppo che attraggono soprattutto persone di mezza età. Tema di ordine sociologico, si direbbe, se non fosse che il taglio scelto da Vestoso è quello della commedia in stile mockumentary. E dunque via a una serie di finte intercettazioni telefoniche, interviste, servizi di inchiesta e di telegiornali, interviste a figure-sosia di Roberto Saviano che stringono tra le mani libri sul ballo come droga, ovviamente rilegati secondo i colori e le fascette del classico “Gomorra”. L’intero fenomeno è infatti analizzato come una vera droga, con interventi di psichiatri che “raccontano” casi clinici. Il corto parte dalla storia di una donna, madre di famiglia e ne segue a ritroso lo sprofondare nella “dipendenza” del ballo, dimenticando tutto il resto. L’intersecarsi di elementi da reportage parodiati (ma senza eccesso) dal taglio eccessivo dato a un fenomeno banale ma che pure ha veri effetti “duraturi” e di “dipendenza” su chi ne fa uso genera una comicità irresistibile, grazie a una serie invenzioni narrative che giocano sui piani scelti (irresistibile l’idea del “clan dei Casadei”). Il ritmo, gli attori, il montaggio, la regia, la commistione di generi, elementi perfettamente fusi insieme. Si ride dal primo all’ultimo minuto.

E si ride anche con “Pop Art” di Angelo Mozzillo, realizzato come esame finale al corso della Civica Scuola di Cinema di Milano, una critica alle assurde pretese dell’arte contemporanea raccontata con un taglio di genere (malavitoso) ma condito di un’assurda ironia. «Il tema» dice il regista, «era il trasloco ma noi l’abbiamo usato solo come spunto e abbiamo provato a raccontare e prendere in giro la confusione che ruota intorno all’arte contemporanea. È difficile distinguere ciò che è arte da ciò che non lo è». Per addentrarsi a pieno nella materia il regista ha affidato il ruolo del critico proprio ad Andrea Dipré, che dalle tv private promuove “l’arte” contemporanea di artisti che tentano di emergere con risultati a metà tra critica e politiche da televenditore.

Infine le due web series presentate. In “Melodrama“, Vittorio Adinolfi guarda direttamente al capolavoro di Wilder, “Viale del tramonto”, raccontando di uno sceneggiatore in crisi creativa e amorosa che si trova in una realtà-cinema altra, tra le vestigia di una vecchia sala: il corto è infatti girato in un cinema abbandonato del rione Materdei, a Napoli, una delle più antiche della città. Sono 11 episodi da 3’ l’uno, perché secondo il regista, ci dicono gli attori presenti, la brevità è propria delle web series, in modo che possano essere viste ovunque e su qualsiasi dispositivo, anche dagli smartphone.

The Walk in Naples“, invece, si rifà al tema ormai imperante, al cinema come in tv, degli zombi, ambientando il tutto a Napoli, creando come c’è da aspettarsi una serie di corto circuiti ironici. Molte sono le trovate, a partire anche dalla satira politica: ne è un esempio l’imitazione del sindaco De Magistris, che proprio ieri è stato sospeso dagli incarichi (e il suo interprete Emanuele Iovino non ha mancato di far notare la curiosa tempistica), parodiato soprattutto per il suo video/invito ad Al Pacino.

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