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Napoli Film Festival: I corti Sezione 3

Alla sua terza giornata, il concorso del Napoli Film Festival, nella terza parte della sezione corti, presenta una serie di opere che si distaccano maggiormente, rispetto a quelle di ieri per esempio, dal realismo e così come dalla raffigurazione della criminalità campana. Quasi tutte le opere presentate oggi rimandano infatti a una realtà altra o dissociata, quando non è la stessa realizzazione a prendere una strada diversa. Molti dei corti esplorano il sogno, l’ultraterreno, la metafisica con risultati alterni, ma con un evidente desiderio di osare e di raccontare storie che non si facciano zavorrare dalla memoria culturale e sociale di una città spesso troppo ingombrante per i giovani artisti.

È questo il caso di “Forbici” di Maria Di Razza che in appena tre minuti racconta in un film d’animazione stilizzata un caso di femminicidio. Prendendo spunto da un articolo de «la Repubblica», che compare proprio prima dei titoli di coda, la regista sceglie poi di raccontare più liberamente, con uno stile rarefatto, che suggerisce più che mostrare, dove persino i personaggi sono linee, contorni, più che persone. Ma nell’alternarsi del bianco e nero, che di volta in volta disegnano corpi e spazi e mobili della casa, si inserisce il rosso del sangue e della tragedia.

Se “Forbici” trae la sua forza proprio nella sua allusività, non si può dire lo stesso per “L’Uomo della Porta Accanto” di Pasquale Cangiano che rovina parte delle buone idee registiche proprio perché non ha troppa fiducia nelle sue immagini. Un difetto da associare probabilmente al fatto che Cangiano, come altri artisti qui presentati, è alle prime armi e deve ancora prendere confidenza col mezzo. Ecco dunque che una situazione che sta a metà tra metafisica e reality show raccoglie tutte le sue buone idee nel concetto alla base del corto e anche nella messinscena, spesso davvero indovinata nel produrre mistero e spiazzamento. Purtroppo, però, sono le parole ad affossare la pellicole. Troppe, troppo stereotipate, troppo dipendenti da uno stile che appartiene evidentemente ad altri lidi (d’oltreoceano) e una recitazione non all’altezza anche perché costretta a recitare frasi poco realistiche proprio nella loro costruzione sintattica.

[PAGEBREAK] Stesso problema è riconoscibile in “La Nota Bianca” di Carlo Alessandro Argenzio che racconta un personaggio in un momento di sospensione che apre a una surrealtà ambientata in una stanza bianca, dinanzi a un misterioso signore vestito di tutto punto e con occhialini blu. Un angelo? Un demone? Un fantasma del Natale passato? Le immagini, anche qui, parlano molto meglio dei personaggi, affossati da un didascalismo pesante, da monologhi libreschi che non hanno nulla del parlato né per ritmo né per sintassi e lessico. C’è da sottolineare però la grande simpatia di Argenzio, capace di autoironia (“Questo è un progetto che mi porto dietro da molti anni. Anche i fratelli Wachowski ne avevano sentito parlare e mi hanno rubato l’idea”). “L’idea per questa storia” continua “nasce da un vacanza ad Anacapri con mio fratello, cosceneggiatore, che ebbe l’idea di questo ragazzo in una stanza bianca… Perché è lì?”

Più sicuro delle sue immagini è invece Ivan La Ragione, col suo “Dea Bendata”, opera che ha forti debiti nei confronti dello stile onirico di Lynch e Gilliam, ma al tempo stesso capace di parlare con un linguaggio proprio e una visualità di tutto rispetto basata su una grande mobilità della macchina da presa, con continui carrelli e movimenti arditi che ridefiniscono i luoghi come i personaggi, riflettendo proprio la maturazione e l’evoluzione della protagonista. Una storia circense, a suo modo sospesa che a differenza degli altri corti non cerca di spiegare per forza tutto e prova a raccontare con le immagini, posizionando spesso la macchina da presa in angoli non usuali. Gino Ventriglia ha un volto perfetto, che riesce a restare credibile anche di fronte a un eloquio recitativo non eccelso che invocherebbe il doppiaggio tanto usato dal cinema italiano e da Fellini in particolare.

“Silenzio. Storia di Una Vergine” di Domenico Salierno nel breve spazio di sei minuti lascia parlare una morta con un napoletano stretto. Il regista ci tiene a precisare che il corto rappresenta solo l’incipit di un lavoro più lungo, che tenterà di continuare, sospeso tra realtà e mito, quotidianità e racconto ancestrale.

Infine, “Walter Ego” di Alessio Perisano che si fregia di un titolo indovinatissimo e assai originale. La storia è raccontata, specie rispetto agli altri corti sopra analizzati, in modo assai regolare ma compatta, dove la duplicità entra nel racconto analizzando la doppia “identità” del protagonista. In sala, assente il regista, il cosceneggiatore Alessandro Mazzitiello ci ha tenuto a precisare che hanno costruito la storia come un lungometraggio, rispettandone tutti gli step narrativi. E la storia infatti ne guadagna, con dei personaggi simpatici e insieme realistici, con alcune sequenze basate su un fraintendimento reiterato davvero irresistibili – che coinvolgono lo spassoso amico del protagonista.

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