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Napoli Film Festival: L’incontro con Italo Moscati

Ex dirigente RAI, scrittore di cinema, critico e regista, Italo Moscati è stato ospite all’Institute Français di Napoli, in via Crispi, dove ha presentato il suo libro “Fellini & Fellini” e il suo documentario “Via Veneto Set”, un amarcord montato su filmati Luce e televisivi che raccontano la dolce vita romana tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, soprattutto nei suoi intrecci con lo spettacolo, per poi confluire naturalmente nel capolavoro felliniano che ne ha raccontato apogeo e decadenza.

Nelle intenzioni dell’autore e regista il documentario, come il libro, servono a illustrare «i retroscena della Roma di quegli anni, per vedere le ombre di quel periodo, prostitute, magnaccia». Un mondo tramontato – quello almeno dei lustrini più appariscenti – ma al tempo stesso strettamente legato al nostro. I nostri mostri sono l’evoluzione naturale di quelli della “Dolce Vita”. «Corona è un Marcello cinquant’anni dopo».

Di fronte agli studenti del Suor Orsola Benincasa che studiano materie inerenti al cinema e alla comunicazione, Moscati ha quindi scelto di entrare nello specifico del fare cinema e del documentario in particolare, illustrando le tesi che reggono il suo metodo di lavoro: «la ricerca dei materiali visivi non può seguire il documento nella sua ottica ma l’impulso personale riguardo ai fatti che si raccontano. Il documento, l’idea di partenza, non deve essere semplicemente illustrato dalle immagini, ma deve dare loro vita. Immagini diverse (provenienti da film, dalla tv, dai cinegiornali d’epoca) devono essere amalgamate in un’azione costruita sulla memoria. A parlare è sempre l’attualità, le immagini sono solo un supporto; è il concetto da cui si parte il fondamento del lavoro». Moscati definisce i due principali strumenti e bagagli di immagini (Istituto Luce e Televisione) come «due polmoni».

Il lavoro più importante è quello passato in archivio, alla ricerca di filmati, cui segue il montaggio che rappresenta «un processo maieutico che risemantizza le immagini. Sono le immagini a darmi le idee, come la sequenza di “Totò, Peppino e la Dolce Vita” in cui il comico prende a spruzzare seltz sui frequentatori del night, nel mio montaggio seguito da scene di paparazzi, acquista un nuovo senso. Totò mette in fuga giornalisti e fotografi dal film che ne celebra le gesta».
[PAGEBREAK] Ma che rapporto c’è tra progetto scritto e realizzazione visiva? «Il cinema è verticale, la scrittura orizzontale, viaggia su un foglio su un piano. Compito del regista allora è quello di mettere in piedi la scrittura e i personaggi, capire come si muovono le persone, dove tengono le mani mentre parlano. Questa verticalità ha dunque maggiormente a che fare con la pittura che con la scrittura, un processo che oggi, nel panorama italiano, non funziona come dovrebbe».

Il problema è antico e fa riferimento a un’idea di cinema da sempre zavorrata dal tema. Moscati cita lo sceneggiatore Ugo Pirro: «Nel cinema italiano è sempre prevalso il TEMA», nato soprattutto durante la dittatura, dove dai film e documentari doveva essere evidente che il motore della società era la rivoluzione fascista.

Venendo poi al documentario biografico su un artista, «mi interessa — dice — capire da dove hanno cominciato, l’alba della ricerca». Si ha l’impressione che nel suo film, Moscati abbia deciso di citare volutamente l’indefinitezza della “La Dolce Vita” e l’avversione che Fellini aveva per la parola fine, tanto da non averla usata più dopo le prime opere. “Via Veneto Set”, dunque, chiude senza chiudere. «Il finale manca. Non c’è, oggi, qualcosa di definitivo, siamo ancora di fronte allo sguardo vacuo di Mastroianni sulla spiaggia».

D’altronde non tutto dev’essere spiegato, proprio come nell’arte del regista riminese. «Il realismo è tenuto a bada, a Fellini interesa il simbolo. Che pesce è quello arenato sulla riva alla fine della “Dolce Vita”? Sembra un incrocio tra un pesce e una medusa. Gli americani sono scientifici, pensate al film sullo “Squalo”, gli italiani preferiscono l’indeterminatezza».

Quest’anno ricorre il ventennale della morte di Fellini, occasione di riscoperte ma anche rischio di celebrazioni museali. «Fellini è celebrato in maniera istituzionale, e questo non va bene. Fellini è una miniera. La critica confeziona personaggi, noi invece dobbiamo tornare a lui tramite i suoi film».

Infine, sulla proverbiale tendeneza alle menzogna dell’autore di “8 1/2″: «Fellini non è un bugiardo, è un camaleonte. Trova di volta in volta l’atteggiamento più giusto in base al contesto».

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