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Napoli Film Festival 2014, 30 settembre: i corti in concorso

Il secondo giorno di proiezioni alla 16esima edizione del Napoli Film Festival si apre con la web serie di Raffaele Pollastro, un progetto per bambini in dieci puntate, tutte visibili su youtube e trasmesse anche dal canale NapoliTV. L’episodio visto al festival rappresenta una gustosa commistione di tecniche, dal filmico al disegno (grafica digitale), con gli attori truccati in viso con macchie di cerone da clown.

Per quanto riguarda invece i cortometraggi, la giornata è stata davvero pregna di scoperte. C’è, da parte dei concorrenti, un grande interesse per il territorio, per il suo lato popolare che spesso tuttavia coincide troppo e troppo spesso con storie di malavita. Ma c’è anche chi affronta l’argomento con uno stile diverso e fresco, che poi è uno stile che guarda indietro, al cinema di genere italiano degli anni Sessanta e Settanta.

Questo è il caso del corto di Alessandro Derviso che col suo “Napulione cita, a partire dai coloratissimi titoli di testa, a piene mani dal poliziottesco e dai film di Nico Giraldi, tradotti però in una versione perfettamente bilanciata tra ironia e azione. Interprete principale è Daniele Rovani, sodale di lunga data del regista che dice del corto: «Volevamo dare un’immagine diversa di napoli. Non una Napoli cupa, ma una città riflesso del nostro personaggio, solare e ironico». In effetti, la trama, le trovate ironiche, anche quando non freschissime, colpiscono nel segno, grazie anche alla disinvoltura interpretativa di Rovani.

Lo stesso non si può dire dell’altro corto della coppia, di tutt’altro genere. “Ivan e il suo strano tempo” è la riduzione e ripensamento cinematografico di uno spettacolo portato a teatro dallo stesso Rovani e a sua volta ispirato a “La strana vita di Ivan Osakin Uspenskij” scritto e diretto da Angela Sales.  In questa storia ambiziosa di viaggi nel tempo per riparare ai torti e risollevare la propria vita, lo stile si fa troppo pretenzioso. I due corti, in fondo, sono la dimostrazione che spesso il nostro cinema, per emergere, dovrebbe abbandonarsi maggiormente ai generi e a una costruzione di pancia, anziché voler per forza costruire storie dal “significato profondo”.

Storia di malavita anche per “Uoldìsnei” di Andrea Della Monica che si apre, di giorno, in un lido dove assistiamo, solo acusticamente, a un regolamento di conti per poi spostarci per il resto del film nell’enorme ventre del porto di Napoli, in attesa — insieme ai personaggi — di un incontro tra due clan rivali, per cercare di appianare le proprie divergenze. Di nuovo un cinema di genere, che invece di scegliere l’azione e le sparatorie preferisce più originalmente la noia dell’attesa e i discorsi tra la bassa manovalanza, discorsi che esulano dal “mestiere” figli derivativi ma interessanti dello stile tarantiniano. Ma a Della Monica interessa anche seguire il dramma che si muove nell’animo del suo protagonista, col cervello a metà tra il proprio “lavoro” e sua figlia, a casa, che avrebbe voluto guardare con lui un classico della Disney. Il regista l’ha definito: «Una storia di padri e figli in un contesto di criminalità».

Anche il corto “Ciao Mamma” di Carlo Luglio, co-sceneggiato dallo scrittore Massimiliano Virgilio, racconta — sin dal titolo — una storia di figli (e madri) dentro il teatro desolato delle Vele di Scampia, affidando la storia a un gruppo di bambini, la cui recitazione risente un po’ troppo della loro giovane età: spesso somiglia a una recita scolastica. Nel cast, in un piccolo ruolo, anche Loredana Simioli, protagonista di “Reality” di Matteo Garrone.

Di nuovo ambientazioni malavitose per “Canemalato” di Diego Olivare prodotto e interpretato da Gaetano Di Vaio, che abbiamo conosciuto tra gli interpreti di Gomorra – La Serie. Il corto si apre davanti al carcere di Poggioreale, all’uscita di un uomo, padre di famiglia, dopo più di dieci anni scontati per una rapina. Lo vediamo, appena fuori, bucarsi con una siringa. A casa, tuttavia, non c’è proprio ressa nella sua attesa: la moglie è diventata la modella e l’amante di un proprietario di negozi d’abigliamento, che altro non so che paraventi per pulire i soldi del sistema. Canemalato racconta di nuovo i rapporti tra padri e figli e figli e padri putativi, ingombranti, non voluti. Ottima la direzione dei giovani attori, perfetti nel ritrarre una realtà violenta spesso perché la gioventù è abbandonata a se stessa. Tuttavia, il finale del film prende una strada diversa rispetto a ciò che prospettavano le immagini precedenti. Ma ciò non vuol dire che la bomba non resti innescata…

Infine, i due corti più originali e sperimentali. Da un alto c’è “Il mio corpo a maggio“, corto di appena un minuto, realizzato da Matilde di Feo (nella foto), a seguito di un seminario romano col fotografo Silvano Agosti. Il suo è un documentario sul corpo realizzato senza alcun effetto in postproduzione, ma tutto davanti alla macchina da presa con accorgimenti semplici ma estramamente realistici e vividi. Il corto mostra un corpo nudo di donna su cui e da cui nascono diversi fiori.

Pinocchio” di Luca Federico è un’originalissima e riuscita riletture dal classico di Collodi ambientato lungo il decumano partenopeo. Tutte le figure della celebre fiaba ritornano qui aggiornate e riadattate al contesto. Pinocchio, nella storia riletta da Federico, è un disoccupato, un neo laureato in lettere in cerca di lavoro perché non vuole proseguire il mestiere del padre Geppetto (che ovviamente ha la bottega da falegname nel decumano). Il corto riadatta con spirito creativo i personaggi e i luoghi dell’opera, a volte trasformando un animale (il pescecane) in un luogo: un call center, simbolgo di un ventre di stallo per molti giovani in cerca di impieghi migliori. Al centro storico si affiancano altri set evocativi come la Gaiola e un’Edenlandia desolata, dove incontriamo un Lucignolo cresciuto e cocainomane che spinge l’amico di infanzia a farsi proteggere e raccomandare da un politico. Altri set sono la Biblioteca della Federico II, il Suor Orsola Benincasa e il teatro Bellini. Bravissimi gli attori.

Non si può decantare invece “La ciofeca diretto da Enrico Iannaccone con uno stile volutamente basso e povero, con una telecamera digitale a bassa risoluzione e una recitazione non curata, servita da una sceneggiatura più che didascalica. Sarà tutto voluto ma il risultato è inesistente, non muove al riso ma annoia soltanto di fronte a immagini di rara bruttezza. Sembra né più né meno un filmino privato. Lo stile basso, l’idea di fare un film volutamente “brutto” deve assumere una certa distanza critica dalla materia raccontata. Qui lo scarto non esiste, ciò che si vede è ciò che è il corto stesso. E il gioco non funziona.

Onora il padre e la madre” di M. Sorrentino Mangini ragiona su problemi etici come l’eutanasia e gli affetti, discussi dal protagonista, un giovane con la madre malata, con il proprio parroco. Ambientato quasi tutto nella canonica e nel confessionale, con sprazzi di flashback per illustrare il racconto del protagonista e mostrare ciò che le parole faticano a dire.

Chiudiamo con lo spot (1′) “Si scassa o non si scassa“, corto sociale girato da Giuseppe Bucci, intepretato da Rosaria De Cicco in una lotta furiosa con un casco da moto: hai voglia a lanciarlo per aria, tirarlo contro i muri, stritolarlo tra le mani, il casco resiste; e questo è il suo ruolo. La testa, invece, se non sta nel casco, non ha la stessa difesa.

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