Home > Recensioni > Nashville Pussy: From Hell To Texas

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Rock n’ roll baby!

Frustata, cavalli al galoppo e chitarre southern che volgono su melodie hard con soli blueseggianti introducono il quinto e nuovo lavoro dei Nashville Pussy. Il quartetto di Atlanta, che ha molto caro l’immaginario sudista, è poco noto in terra nostrana ma viene etichettato da più parti come la risposta statunitense ai Motorhead. E premesso che come risposta sarebbe abbastanza tardiva, la cosa lascia adito a molti dubbi, nonostante “From Hell To Texas” sia una un bel candelotto di dinamite pronto ad essere acceso e lanciato.

La title track è un pezzaccio hard, molto ’80s, che tira dritto come un treno. “Lazy Jesus” è un blues polveroso che fa correre la mente ad afosi e sopiti climi western e a tavolacci di legno con su birre ghiacciate, in cui intervengono un’armonica e, come spesso accade nei cori, anche le due voci femminili. Con naturalezza tuttavia si recupera l’atmosfera r n’ r vecchio stile, e in effetti nella trascinante “I’m So High” c’è non poco di Lemmy e soci, ma anche di certi Guns N’ Roses nel riff portante.

Tintinnii di bicchieri ed ecco “Dead Men Can’t Get Drunk”, bellissima, non troppo tirata, assai orecchiabile eppure così sporca grazie alla voce di Blaine, impossibile rimanere fermi e non cantare il ritornello col volume a palla. Altrettanto scanzonata “Why Why Why”, dalle forti influenza punk rock (le strofe ricordano addirittura i Social Distortion) e ancora una volta quei cori che tanto riportano a due o tre decenni fa. Dopodichè è tempo di un blues-rock assai più grezzo del precedente, con una voce che sembra ancora sull’orlo di sputare sul microfono.
Chiude in maniera più che dignitosa “Give Me A Hit Before I Go”, che sembra uscita direttamente dall’hard anni ’70, se non prima ancora.

I Nashville Pussy non rischiano di rivoluzionare i generi, non ci avevano provato neanche coi dischi precedenti, faticano a rendersi facilmente riconoscibili e scatenano il citazionismo.
Ma sono bravi. E “From Hell To Texas” dà la carica, non c’è che dire.

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