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Nazioni a confronto

La rete è il pascolo della democrazia: zona franca e incontrollabile, terrore di chi vuole esercitare il proprio controllo.

Lo confermano le parole del Presidente del Senato, Renato Schifani (“Facebook è più pericoloso dei gruppuscoli degli anni settanta“); lo dimostrano le misure di contenzione adottate dal Governo: a partire dal decreto “Wi-Fi” del 2005, fino a giungere al più attuale guinzaglio sul livestreaming, proposto dal viceministro delle comunicazioni Paolo Romani.
I fun di Tartaglia hanno permesso al Governo di scoprire la forza del villaggio globale, l’El Dorado della libertà di pensiero, l’inferno di diritti come l’immagine, l’onore e la reputazione, la stessa privacy. In attesa di comprendere se le iniziative del nostro Stato saranno rivolte a realizzare un giusto bilanciamento di interessi o solo a proteggere lo status quo dall’urto del più incisivo mezzo di comunicazione orizzontale, proviamo a capire come lo stesso fenomeno è affrontato invece all’estero.

Molti paesi democratici non hanno ancora adottato leggi specifiche contro internet (per es.: Spagna, Germania, Gran Bretagna, Usa, Francia).
Negli Stati Uniti, lo stesso Barack Obama, in occasione di un’intervista su alcuni blog che lo criticavano apertamente, ha confessato di essere a favore di una rete senza censure, in conformità con il primo emendamento della costituzione, che pone la libertà di parola come un fondamento della federazione a stelle e strisce. In questi casi, il diritto di accesso ad internet viene considerato quasi alla stregua di un diritto fondamentale.
Unica eccezione è l’Australia: nel regno dei canguri, una normativa ad hoc consente alle autorità l’intercettazione di ogni e-mail sospetta ed il controllo dei siti web, con la possibilità di ordinarne la chiusura se ritenuti immorali o pericolosi.
La Cina, consapevole della scarsa efficacia dei filtri automatici, adotta un sistema dei filtri manuali: un esercito di occhi pattuglia la rete, filtrandone i contenuti attraverso parole chiave. In Siria è previsto l’arresto per i responsabili di quei siti che possano danneggiare il prestigio dello Stato. Sulla stessa linea l’Egitto, la cui normativa prevede la chiusura dei siti che rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale. In più, così come accade in Italia, coloro che forniscono il servizio di accesso alla rete devono registrare i loro clienti tramite documento d’identità. Anche in Iran i contenuti sono controllati e per i blogger dissidenti il carcere è dietro l’angolo.

Le condizioni di maggiore compressione della libertà cibernetica si verificano, tuttavia, in Birmania e a Cuba. Nell’isola caraibica internet è totalmente controllato dal governo. Esiste un solo provider, in regime di monopolio, che peraltro offre una delle reti più striminzite del globo. Ivi è previsto l’arresto per i blogger che postano su siti esteri articoli contrari al regime. In Birmania si raggiunge il record di monitoraggio del traffico telematico: basti pensare che anche solo per la creazione di un indirizzo di posta elettronica è necessaria l’autorizzazione del governo. Inaccessibili, inoltre, sono quasi tutti i siti stranieri.

C’è chi sta peggio di noi, insomma. Ma è pur vero che l’Italia tira avanti da oltre 50 anni, consolandosi in questo modo (che poi, la lista di “chi sta peggio di noi” si assottiglia sempre più). Qui Internet si gode la sua libertà, con la minaccia continua di una trasformazione in libertà vigilata. Roberto Maroni giura che non c’è nessuna legge speciale in arrivo. Ma è bene prendere questa affermazione con le pinze. In fondo, anche un marinaio del Titanic disse: “Nemmeno Dio potrebbe affondare questa nave“, e poi sappiamo tutti come è andata a finire!

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