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  • Neal Morse: Lifeline

    Neal Morse

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La sintensi?

Quasi come in un parallelo in cui la storia diventa metro per meglio comprendere il presente, dopo aver trattato l’anno scorso il tema della riforma protestante di Martin Lutero, Neal Morse quest’anno ripercorre i ricordi del proprio cammino di conversione, che lo ha portato, anche a livello musicale, ad affrontare coraggiose scelte di rottura col passato.

Tuttavia, tra i due gradini, la differenza stilistica è netta.
“Sola Scriptura” era sembrato, infatti, una parentesi troppo buia ed articolata per essere considerato il nuovo trend compositivo del cantautore americano. Ma allora la musica si rendeva funzionale ad un concept travagliato: lo scisma luterano e l’epoca buia post-medioevale, sotto il profilo oggettivo; il dissidio interiore, sotto il profilo soggettivo, dell’uomo diviso tra l’obbedienza alle strutture ecclesiastiche ed il proprio sentimento religioso.

Nel descrivere la propria vita, invece, l’ex Spock’s Beard preferisce ritornare alla solarità del suo più tipico easy prog, contaminato dai temi settantiani pop folk a stelle e strisce nonché da quelli kaipiani. “Lifeline”, anzi, presenta un approccio ancora più stucchevole ed immediato, che arriva diretto al tema, senza tanti giri virtuosistici o progressivi.
[PAGEBREAK] L’affievolimento, forse, viene accusato dalla durata dell’album, dimezzata rispetto agli ultimi capitoli, ed affidata a brani di lunghezza ridotta (salvo l’ormai immancabile suite conclusiva che sfiora la mezz’ora).
Come aveva già fatto in “?”, Neal individua un motivo portante, lo eleva al rango di tema principale e lo spalma lungo i cinquanta minuti di musica. Nuovamente supportato dalla preziosa mano di Mike Portnoy alle pelli e Randy George al basso, il songwriting rimane su livelli eccellenti. La title track, frutto di un’idea tenuta nel cassetto dai tempi di “V” (2000), è uno dei momenti più sublimi del lavoro, validamente controbilanciata, in chiusura, da “So Many Roads”. “Leviathan”, invece, fa sentire una complessità esecutiva non presente in tutto il resto del platter.

Strani, a volte, i giochi della vita. La sintesi tra passato e moderno, il frutto dell’esperienza religiosa e musicale del Morse, fervente cristiano ed instancabile compositore, potrebbe essere concentrata proprio in questo capitolo, pur non apparendo – prima facie - il suo momento di picco compositivo: un capitolo che, peraltro, non spezza l’infaticabile marcia produttiva dell’autore, ormai al ragguardevole traguardo di un album per anno.

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