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Neverending ritual

I Nebula, da sempre appartenenti alla categoria più “strict” dello stoner made in USA, quella tradizionalista e conservatrice di matrice Fu Manchu per intenderci, tornano puntuali con il 4° studio-album della propria carriera.
L’inseparabile duo Glass/Romano, memore della felice esperienza agli albori del “Fu-sound”, si ricompatta e riscatta in buona parte la brutta prestazione che con i Nebula ci aveva fornito in “Charged” (2001), disco spompato e sin troppo ruffiano. Così i nostri, reclutato il guru Chris Goss alla produzione e affrontata la separazione dallo storico bassista Mark Arbshire, hanno sfornato un lavoro più che piacevole, manieristico e convenzionale fino al midollo, ma che comunque sa divertire e coinvolgere come ai vecchi tempi. Forse c’è un cospicuoripasso dei primi 2 capolavori della band “Let It Burn” (1998, full-length grazie all’operazione reissue della meravigliosa mamma Relapse) e “In The Center” (1999) alla base di questo gradito back to the roots, fatto di mitragliate heavy-stoner, intriso di energiche revisitazioni psych e blues, tra il robotico e lo space, come componenti secondarie.
Quasi un’ora di musica, ma tutto fila liscio come l’olio: ascolti divertito le tracce iniziali, ti gratti la pancia, fumi una sigaretta, alzi lo sguardo e come per magia il disco è già alle battute finali. Come detto, niente di rivoluzionario, come ovvio (di dischi così nell’era d’oro dello stoner ne saranno usciti almeno un centinaio) che sia, ma per chi è veramente affamato delle sonorità citate, “Atomic Ritual” non può davvero mancare in ogni stoner-teca che si rispetti.
Come non citare l’avvolgente assedio dell’opener-title-track, oppure “So It Goes” che non sfigurerebbe tra gli infuocati esordi di certe ‘regine’ (QOTSA). La chitarra di Eddie Glass a tratti è un fiume in piena e si sposa bonariamente alle ingenue vocals da classico ‘comandante dell’astronave’ che da sempre caratterizzano il Nebula-sound. Strizzate d’occhio anche ai Mondo Generator meno punk, in “Out Of Your Head”, per poi tornare in carreggiata proponendo tanti gradevoli mini-classici a ripetizione: “The Way To Venus”, il tributo psichedelico di “Paradise Engineer” e la roboante “Strange Human”, tra Goatsnake e The Quill (una bomba!).
Chiude la consueta strumentale acustica ed un’ambigua hidden track, versione rivisitata della title-track, si presume in demo-jam version, ampliata e schizzata.
Cosa aggiungere? Un album vibrante e magnetico, l’ideale compagno di giochi in queste merdose giornate di pioggia incessante… com’è il tempo laggiù, in California?

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