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  • Necare: Ruin

    Necare

    Data di uscita: 19-07-2004

    Loudvision:
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Ottimo debutto di doom atmosferico

Il debutto del duo americano di doom-death metal, genere distintivo della Firebox, è sicuramente incoraggiante: benché minimale, serba scelte di buon gusto e, soprattutto, fa capire che i Necare sanno trasmettere un feeling continuo, fluente, e l’espressività è il primo presupposto per il genere a cui appartengono.
Il gruppo indirizza la proposta verso il doom atmosferico, con voce death alternata a voce pulita à la Michael Moynihan (esempio lampante: “Gethsemane”), con tastiere non troppo invasive, ma che agiscono sui giri ricorsivi di chitarra, sui refrain, dando quelle tinte ascendenti/discendenti che rendono chiaro l’umore di ogni pezzo. Dopo l’intro “Stillborn Twilight”, un gradevole lavoro di arpeggio chitarristico, tastiere, e semplici inserti di violino, il suono si libera nella sua dilatata opacità; sembra regale, composto, come anche il cantato death di R.H. che declama con intensità lacerata ma sempre uguale i versi del testo. I testi dei Necare parlano del senso del lutto, delle impressioni che la morte lascia al vivente, dell’incapacità umana di spiegare con le categorie del pensiero il senso di questa ineluttabile tragedia in modo da renderlo accettabile. Il mood del disco va da quel dispiegarsi quasi elegiaco delle chitarre nei loro giri, ai lenti abbozzamenti delle nuove melodie, un po’ come accadeva nei primi Kataonia che passavano da un movimento all’altro del brano fermando il fluire della musica con il silenzio, poi delineando la linea solista e infine riaprendo con gli arrangiamenti completi. La stessa traccia presenta anche qualche momento più spedito, infestato di sinistre tastiere monotone, e infine passi acustici e desolati. L’ossessivo refrain di “Desire (The Dawn & The Chrysalis)” non può non riportare a mente il sound dei Paradise Lost di “Gothic”, mentre la lentezza tipica del doom rilassa e distende l’apparente aggressività del brano, facendo ricadere su sé stessa la carica di negatività che porta con sé; la musica poi cambia completamente faccia con l’innestarsi di una triade di note di piano che spezza la canzone, che dà vita ad una sezione dall’andamento sempre più addolcito e melodico con le clean vocals. La title track apporta varietà alla tipica lentezza del sound dei Necare, che sarà poi comune denominatore in “Celia”, introdotta con un’ampia sezione atmosferica, d’impatto quando si appesantisce; la canzone echeggia di una serenità perduta e dilaniata, e indugia in una melanconica dolcezza con riff in armonica intesa. Non manca l’incedere magnetico, tragico, quasi goticheggiante con cadenze chitarristiche semplici e sinistre nella già citata “Gethsemane”; la conclusiva “Touching Eternity” alterna ritmi asimmetrici minacciosi con parti di slow doom più classico.
Il buongiorno si vede, e sperando che la strada non rimanga quella del minimalismo i Necare potranno andare molto avanti.

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