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Nel cuore del festival più grande d’Europa

Avete presente la questione esistenziale delle tre cose da portare su un’isola? Dimenticatevela.
Su quest’isola, Obuda, nel festival più grande ed imponente del vecchio continente c’è tutto e anzi la sola scelta difficile è che cosa ascoltare, vedere, mangiare, fare, provare.

A impressionare soprattutto l’organizzazione del festival: sull’isola nello stesso momento si spazia dalla musica reggae all’heavy metal, passando per elettronica, blues, house e indie. Sembra banale? Forse un po’ meno sapere che sul main stage lo stesso giorno si sono avvicendati Subsonica e Iron Maiden!
Cosa assolutamente naturale, al Sziget così come in tutti i festival di respiro europeo. Chissà se potrà mai essere ipotizzabile dalle nostre parti, dove l’abitudine a scalette molto settoriali e un’innegabile chiusura mentale fa sì che si prendano a bottigliate i Placebo, colpevoli di suonare il giorno in cui sono headliner i Metallica.
Ma non è tempo di pensare a “cosa sarebbe se”. Non oggi, e non nel mezzo del più grande festival d’Europa, con un’isola da esplorare.

In questa torrida vigilia di ferragosto cominciamo ad avventurarci per Obuda. Passiamo il ponticello che collega la terraferma all’isola, chiediamo una mappa ad uno dei diversi punti informazioni e ci dirigiamo verso il palco principale per ascoltare i nostrani Subsonica, prendendoci il tempo per un primo hot dog con birra lungo il vialetto.

Alla loro prima esibizione ad un festival e con l’onore di avere a disposizione il palco più importante, i Subsonica raccolgono qualche migliaio di spettatori e li deliziano proponendo tutti i classici del repertorio. «Hau meni italians ar der?» Segue un’alzata di mano del 90% dei presenti. «Allora non mi sbatto neanche», e così Samuel parlerà solo italiano le poche volte che accennerà qualcosa al pubblico. Prestazione non ai massimi livelli, ma che raccoglie consenso dai tantissimi italiani presenti al festival, e anche da qualcuno che – maglietta degli Iron Maiden addosso – viene colto dalle telecamere a canticchiare “Nuvole Rapide”.
[PAGEBREAK] La seconda birra si impone prima che i Subsonica possano terminare; dopo poco più di un’ora i torinesi concludono ed abbandonano la scena frettolosamente. Tempo due minuti e sotto il palco si fa il deserto: con così tante cose da fare la folla si disperde per ricercare le attrazioni ad ognuno più congeniali.

Noialtri ci avviamo verso l’allettante “MTV Headbangers Ball Stage” – unico, insieme all’ “A38-WAN2″, ad essere coperto da un’enorme tensostruttura – soffermandoci lungo il percorso ipnotizzati dai suoni rockabilly dei Rhythm Sophie provenienti dal palco Blues.
Al palco MTV stanno suonando gli Zorall, gruppo locale che fa dello spettacolo la sua prerogativa: due ragazze-ballerine-cubiste-giocoliere e la band che riarrangia pezzi hard rock e punk cantati in ungherese. Il risultato è una musica pesante, ma orecchiabile e accattivante. Fra gli artisti da cui prendono in prestito riusciamo a riconoscere Marilyn Manson, Pantera, Ramones e Twisted Sister.

Tempo di una terza birra (e scopriamo che sotto l’afa budapestiana anche la Dreher può dare una certa allegria), uno sguardo distratto agli inglesissimi The Cribs intenti a emettere suoni distorti dalle loro chitarre, e cerchiamo di scovare qualche altro stage e stand interessante. Finché si gira a colpo sicuro seguendo l’opuscolo dettagliato delle esibizioni non ci sono esitazioni, ma quando si vuole esplorare o girovagare curiosando, si viene quasi colti da un’ansia da prestazione e da immensità: sapere che per una cosa interessante che vedi ne stai perdendo almeno un’altra manciata è piuttosto fastidioso!

Si fa buio e le persone che circolano per i vialetti, svaccate all’ombra o assiepate davanti ai palchi aumentano con il passare delle ore. Morti si risvegliano dalle loro tende e le decine di migliaia di persone confluiscono verso le principali attrazioni. Poco dopo le otto (e un’ennesima birra, serve dirlo?), prendiamo posto ad una ventina di metri dal palco dove da lì a un’ora sarebbero comparsi gli Iron Maiden, per vivere il momento più atteso della giornata sinora soddisfacente e volata in un batter d’occhio.
[PAGEBREAK] Giù le luci ed ecco la celeberrima cover di “Doctor Doctor” degli Ufo risuonare dal palco deserto verso la folla emozionata e chiassosa. Pronti via: le note di “The Wicker Man” vengono sparate dalle casse e i membri della band corrono alle proprie posizioni. Già da subito possiamo notare un Dave Murray allargatosi a dismisura e un Bruce Dickinson con addosso la mise che si porta dietro da un bel po’ di tempo a questa parte.
La canzone fa il suo dovere e accende la miccia tra i fan. Subito dopo il cantante rende però chiaro che la band non intende suonare il best of della propria carriera, ma concentrarsi sugli ultimi tre album, offrendo un assaggino del nuovissimo nato “The Final Frontier”. E così sarà, dato che dei grandi classici dei sei inglesi ne verranno elargiti al pubblico appena una manciata. In meno di due ore scorrono quindi i principali estratti di “Brave New World” e “Dance Of Death”, più il solo singolo di “A Matter of Life and Death”.
I musicisti si rivelano sempre e comunque all’altezza, i tecnici del suono non altrettanto durante le prime due-tre canzoni. Ma è Dickinson forse la figura meno brillante del lotto, anche se non è una novità. Ancora mobile sul palco, la sua voce proprio non ce la fa: il tempo è spietato e lui apre la bocca per cantare, ma le note alte o lunghe proprio non escono. Ne risentono, e tanto, canzoni come “Ghost Of The Navigator”, “The Number Of The Beast” e “Hallowed Be Thy Name”, ma anche “Dance Of Death”.
Poche chiacchiere comunque, molta musica e niente assoli da vecchi perditempo. L’enorme massa di gente sembra contenta e la band abbandona il palco con poche cerimonie

Se l’epoca degli dèi maideniani è palesemente al tramonto, sarà meglio andare a prestare orecchio ai Kamelot all’Mtv Headbangers Ball Stage: una band universalmente nota per essere all’apice di una carriera fondata sul power metal sinfonico.
Sotto il tendone, tutte le buone impressioni vengono confermate, compreso il carisma del frontman Roy Khan e del chitarrista Thomas Youngblood. Accade però che i tecnici tengano il volume della voce di Khan ad un livello indegno per l’intera durata dello spettacolo, rovinandolo in parte a tutti coloro che erano accorsi per sentirli suonare conoscendo le loro canzoni. Amen, sono incidenti. Per fortuna pezzacci ormai storici come “Forever”, “Karma”, “Center Of The Universe” e “When The Lights Are Down” fanno comunque il loro dovere e, male che sia andata, si può sempre rivederli in uno dei frequenti tour europei da loro organizzati.

Che altro c’è da fare ora, una volta fuori dal tendone? Si può sprofondare indietro nel tempo dalla grande vecchia Nina Hagen, oppure recarsi alla Party Arena per ballare con sonorità moderne. Ma anche sfruttare l’energia data dalla musica per farsi coraggio e arrampicarsi (e poi lanciarsi) sull’impalcatura-castello al centro dell’isola. La notte si preannuncia breve e le scelte sono tante ma, se proprio c’è bisogno, all’esterno decine di taxi sono in attesa per riportarci in città a dormire.
Volendo valorizzare il biglietto giornaliero, già ampiamente ripagato dalle performance delle ultime ore (46 euro, che di solito ci bastano per un singolo sparuto concerto!), possiamo tirare le 8 di mattina, ora entro cui è necessario lasciare l’isola. O comprare un biglietto per la giornata successiva.

Iron Maiden
1. The Wicker Man
2. Ghost Of The Navigator
3. Wrathchild
4. El Dorado
5. Dance Of Death
6. The Reincarnation Of Benjamin Breeg
7. These Colours Don’t Run
8. Blood Brothers
9. Wildest Dreams
10. No More Lies
11. Brave New World
12. Fear Of The Dark
13. Iron Maiden

Encore:
14. The Number of the Beast
15. Hallowed Be Thy Name
16. Running Free


Kamelot

1. Rule the World
2. Ghost Opera
3. The Great Pandemonium
4. When the Lights are Down
5. The Haunting (Somewhere in Time)
6. Center of the Universe
7. Season’s End
8. The Human Stain
9. The Pendulous Fall
10. Karma
11. Forever
12. March of Mephisto

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