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Nel nome del padre

Un road movie, mescolato con il romanzo di formazione, intriso di spunti documentari e riferimenti all’eterna tematica generazionale: “La Casa Sulle Nuvole” è tutto questo e anche qualcosa in più (una riflessione sui sixties, implicitamente). Claudio Giovannesi, esordiente e poco più che trentenne, ha fuso tutte queste tracce facendo leva sul brio tipico della propria giovane età e su una sincerità estetica e professionale che ha saputo conquistare, tra l’altro, proprio il protagonista Adriano Giannini. Non a caso, l’attore ha dichiarato: “Claudio ha grande entusiasmo, forte esigenza di raccontare. Era il suo primo film ma permeava un’urgenza di proporre questa storia, la percepivo nettamente. È questo che fa iniziare il rapporto regista/attore. E poi questo è uno di quei film piccoli, che mettono di fronte a grandi difficoltà a causa di un budget limitato, film in cui un attore deve sporcarsi le mani. E a me piace sporcarmi le mani, anche perché vengo dall’esperienza di assistente alla regia”. E ha così accettato di prendere parte a questa divertente pellicola leggera e dalle forti tinte esotiche, nata da un encomiabile progetto portato avanti dal Centro Sperimentale di Cinematografia, in collaborazione con Luce e RaiCinema, che da qualche anno a questa parte offre ai proprio neodiplomati di realizzare un film d’esordio distribuito nelle sale italiane. E non solo: perché “La Casa Sulle Nuvole”, è notizia recente, ha già trovato una prima distribuzione internazionale, per la precisione in Argentina.

Come nasce l’idea di questo film?
Tutto ha avuto inizio ai tempi in cui frequentavo il Centro Sperimentale. Appena diplomatomi, ho cominciato a documentarmi sugli italiani a Marrakech. Erano ventitré, i residenti. Partendo da questi, con i miei collaboratori, ho identificato tre tipologie: l’imprenditore trapiantato, che sfrutta un mercato fertile e manodopera economica, il gallerista, curatore di mostre d’arte che pensa di stare a Soho, ma in realtà vive isolato, e una terza tipologia, quella cui appartiene il padre dei protagonisti, che è il figlio degli anni ’60. Si tratta di persone che hanno cercato un modello di vita alternativo, e dopo aver fallito, non hanno avuto modo o voglia di integrarsi nella società piccolo borghese. Questo genere di persone si trova sparso nei luoghi esotici del mondo, dal Brasile alla Tailandia. Al termine, abbiamo costruito il viaggio dei fratelli alla ricerca dell’autorità paterna, in una costruzione basata sul rovesciamento della classica relazione padre-figlio. Di solito il padre va spodestato, qui c’è invece un genitore da ricollocare.

Nel film c’è una battuta amara: “L’Italia è un paese senza possibilità”. È vero?

Io ho avuto una chance grazie al Centro Sperimentale. Quella, però, è una frase che contraddistingue piuttosto il personaggio del padre, incapace di riconoscere il proprio fallimento. E come tutti quelli che non capiscono i propri errori e i propri fallimenti, tende ad attribuire tutto al fato. Resta il fatto che per quelle persone, di quella generazione, che inseguivano un sogno, è stato così sul serio. L’Italia è stata un paese senza possibilità. E ora queste persone odiano e rimpiangono allo stesso tempo la loro terra natale.

Hai cercato, nel dipingere questa vicenda, di non dare giudizi. Ma non c’è il rischio che il film risulti irrisolto?

Volevo dipingere un approccio in cui la figura del padre viene accettata a priori. Il personaggio di Emanuele ha un amore incondizionato nei confronti di suo padre, ed accettare questo sentimento, per il pubblico, quando in ballo c’è una persona così a tratti ripugnante, non deve essere facile. Era uno dei nodi cruciali del film, e non so se questo emerga, se sia riuscito a far sposare al pubblico questo punto di vista. Anche se il padre non è certo un modello positivo, volevo rappresentare l’ottica secondo cui una figura paterna va accettata a priori. Questa accettazione secondo me fornisce l’occasione di una forte crescita personale.

Ma la scelta degli attori da quali fattori è dipesa?
Se non ci fosse stato Adriano non ci sarebbe stato Emanuele Bosi. Volevo trovare due attori plausibilmente fratelli. Si dovevano assomigliare. E in loro c’è una certa somiglianza fisica, nei colori soprattutto. Il padre, Emilio Bonucci, l’ho invece scelto perché ha una biografia pressoché identica a quella del personaggio.

L’idea del Marocco vi è venuta subito, oppure si è sviluppata con la creazione del soggetto?

L’idea è precedente, risale al 2004, quando scrivevo la prima bozza: volevo raccontare una storia d’immigrazione al contrario. Un uomo diretto verso sud, o est. Poi ho scelto il Marocco, vista la vicinanza geografica unita a una certa lontananza culturale. Noi, poi, abbiamo conosciuto l’Islam del Maghreb, un Islam bellissimo, durante i sopralluoghi. Abbiamo trovato una società disponibile e aperta. Per loro la famiglia ha un valore fondamentale. Si tratta di nuclei allargati molto centrali nella loro cultura, e mi sembrava interessante accostarli al modello disgregato della famiglia italiana che raccontiamo nella pellicola. I sopralluoghi, comunque, ci hanno dato molto in termini di conoscenza di costumi, valori e affetti.

C’è curiosità, hai interesse a proseguire su questa linea del meltin pot?

Mi piacciono molto i posti multiculturali, tipo Piazza Vittorio. Vorrei fare un weekend con Borghezio e portarlo nei quartieri latini di Parigi, da amici, e chiedergli se davvero tutta ‘sta roba gli fa tanto schifo.
Non a caso, una delle scene del film che mi piacciono di più è quella dove ci sono due italiani con due ragazze marocchine, al ristorante cinese, in cui si sente in sottofondo una canzone di Paola e Chiara cantata in marocchino. Ora, comunque, vorrei fare un film in Patagonia.

Sei anche compositore delle musiche…
Ho sempre fatto anche il musicista, suonavo jazz e bossanova. Ho anche vissuto, grazie a questo. Nel corso del montaggio, comunque, ho cominciato a scrivere dei temi, ma mi sono reso conto che orchestrare una colonna sonora è molto più complesso della singola esibizione, e allora ho trovato un musicista che veniva dalla composizione, Enrico Melozzi. E la Warner ci ha addirittura prodotto il disco, che uscirà in contemporanea al film. Comunque nel film, la musica ha un percorso preciso. Il pezzo con cui si apre il film, quello che Emanuele Bosi suona nel jazz club, è ricavato da una scala musicale che c’è sia nella musica araba, che in quella ebraica e in quella zingara. Usando quella scala abbiamo creato un racconto musicale, tingendolo di diverse sfumature di genere, fino a giungere al blues, che è anch’esso un genere che rappresenta la migrazione.

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