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Nel Texas di Jean-Marc Vallée

Tra poco si terrà la cerimonia degli Oscar, e se Matthew McConaughey vince come miglior attore protagonista per la sua straordinaria interpretazione in “Dallas Buyers Club”, al fianco di un altrettanto strepitoso Jared Leto nei panni di un transgender, beh, sappiate che la giustizia divina ha fatto il suo corso, con buona pace di quel manuale vivente dell’Actor’s Studio che è Leonardo DiCaprio, magistrale in “The Wolf Of Wall Street”. La partita è più che mai aperta, anche se i due Golden Globe conquistati da McConaughey e da Leto l’hanno chiaramente indirizzata.

1985, Texas: se ti ammali di AIDS sei condannato due volte; a morte, dalla malattia, e all’emarginazione, dalla comunità, come se portassi un marchio d’infamia.
È quello che accade a Ron Woodroof, texano purosangue e cowboy da rodeo, personaggio che da subito si colloca al di fuori dei canoni del “macho del sud” conservatore e anche violento, ma portatore di quei valori edificanti tanto celebrati da una certa retorica a stelle e strisce che fa parte del discorso culturale americano almeno dagli anni ’50 in poi, ed è poi entrata nell’immaginario collettivo anche al di qua dell’oceano. Ron Woodroof è un po’ il “bastian contrario” del villaggio, tutto alcol droga gioco d’azzardo e sesso (a due, a tre, a n alla ventitreesima). Di giorno, però, sputa fatica in un sito di estrazione del petrolio, insieme a tanti operai mezzo alcolizzati e rudi come lui, e ai clandestini.

Quando gli viene diagnosticato l’AIDS, i medici gli danno un mese di vita. Comincia così un conto alla rovescia che diventa una battaglia per dilatare il tempo. All’inizio l’obiettivo è restare vivo, ma è proprio questo che costituisce la molla del cambiamento: Ron si informa, e capisce che esistono cure meno invasive e tossiche, anche se ufficialmente non riconosciute; quello che ancora non sa, è che suo malgrado diventerà un paladino della battaglia per i diritti civili, rivoluzionando a pieno il suo personaggio, per se stesso e la propria autodeterminazione, ma anche per gli altri, seguendo il più classico percorso di riscatto del protagonista.

Un arco di trasformazione del personaggio da manuale di sceneggiatura hollywoodiana, dunque, ma con una doppia catarsi: la prima è rivolta verso l’interno, verso la liberazione del sé dalla parte peggiore di se stesso (l’omofobia, il menefreghismo), mentre la seconda è rivolta verso l’esterno, ossia verso, con e per gli altri. Poteva farsi i fatti suoi, Ron Woodroof, e invece, un po’ per interesse, un po’ perché prende a cuore le sorti degli altri ammalati, fonda insieme al trans Ray on il Dallas Buyers Club, che fornisce ai propri soci cure alternative e meno tossiche ad un prezzo molto più basso rispetto a quello dei contestati farmaci approvati dalla potente Food and Drug Administration, accondiscendente con le lobby farmaceutiche.

Inspirato alla storia del vero Ron Woodroof, che lottò con l’AIDS fino al 1992, ben oltre l’aspettativa che gli era stata data dai medici, non siamo certo di fronte ad un biopic, che ultimamente va molto di moda. Il regista Jean-Marc Vallée, originario di Montreal, in Quebec, è in grado di infondere alla storia tutta l’umanità e la tensione drammatica del “problema”, ossia del tema del film, in tutti i suoi aspetti: la paura di morire, lo scatto di dignità, la voglia di vivere che negli anni della malattia esplode e riempie la vita di un fiume di esperienze stampate bene negli occhi; e ancora le brillanti doti di venditore e il fiuto imprenditoriale di un protagonista che non è certo un santo, o un profeta dei diritti civili con una coscienza di classe ben forgiata, ma è un gran figlio di buona donna completamente svalvolato, eppure con un cuore d’oro.

Facile retorica? No, Vallée ce la risparmia, dirigendo la storia con partecipazione emotiva ma senza patetismi, e affidando a McConaughey il compito di reggere sulle sue spalle tutto il film. L’attore, che per il ruolo ha dovuto perdere parecchi chili, così come la sua “spalla” Jared Leto, catalizza per due ore lo spettatore; entrambi, poi, si lasciano scavare (letteralmente) dai loro personaggi e dallo sguardo sempre più teso ed emotivo dello spettatore. Per Valléè la narrazione e la regia sono un continuum fluido. In un paio di occasioni la macchina da presa si fa sguardo prettamente poetico, poiché trascende la storia e non è meramente funzionale ad essa.

A dare un certo stile, che richiama l’estetica anni ’70 in un paesaggio brullo e sconfinato come l’infognatissima provincia americana del sud, è di certo la fotografia, che si avvale solo di luce naturale grazie all’utilizzo di camere digitali Alexa, che offrono un ampio spettro di colori e ombre anche in condizioni naturali più buie. Tale scelta consente al film una maggiore presa sulla realtà, e soprattutto è funzionale a restituire a ciascun ambiente, in ciascuna scena, l’atmosfera che deve comunicare: una patina di luce chiara, piuttosto scialba ma non artificiosamente fredda per l’ospedale, una luce più contrastata per i paesaggi assolati del Texas, e il blu profondo degli occhi di Matthew McConaughey.

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