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Nella mente del matto

Nella giornata di venerdì abbiamo avuto ospite al nostro stand “Arca CinemaGiovani” il regista e protagonista del film “La Pecora nera”, Ascanio Celestini.
Un’ora e mezza all’insegna del suo stile inconfondibile, poco cinematografico ma soprattutto teatrale e coinvolgente; con poche domande da parte nostra, compensate da risposte ampie ed esaustive che esprimono tutta la profonda riflessione dell’autore sull’idea del film: la condizione di pazzia vista con gli occhi e la mente del “matto”.

Com’è nato questo interesse per le malattie mentali?
Tutto nacque 8 anni fa circa: volevo parlare del manicomio come istituzione, per colpirla. E infatti, tra tutte le istituzioni in Italia, questa è la più colpita, da sempre.
A differenza del carcere, per esempio, che in realtà non educa le persone e soprattutto non le rieduca in vista di una loro uscita ma è solo un contenitore, un confine ideale tra buoni e cattivi rassicurante per noi, non per loro. Inoltre è paradossale che lo Stato debba rieducare i suoi cittadini.
Nella società italiana un passo importante è stato nel 1978, con la legge Basaglia: questa di fatto segnò un cambiamento nella concezione dei manicomi e dei “matti”, considerati non più lavoratori ma cittadini. Il film è ambientato negli anni ’70 quindi prima che questa legge entrasse in vigore: il matto veniva internato non per il suo disagio psichico, ma per il comportamento suo e rispetto agli altri, che appariva antisociale e pericoloso. Con questo è cambiata anche la gerarchia del potere tradizionale, che c’è ancora oggi nelle scuole, come nel film si può vedere nella figura della maestra di Nicola bambino.

Avendo già realizzato un’opera teatrale e scritto un libro su questo tema, per quali motivi ha deciso di realizzare anche un film?
Quando ho pensato al progetto teatrale, rispetto ai miei precedenti spettacoli ho cercato di scrivere una storia più piccola e semplice. Proprio per questa sua maggiore concretezza e fattibilità è stato più naturale e facile riuscire a realizzare il film. Inoltre il tema della pazzia era del tutto nuovo, non era mai stato affrontato in modo così introspettivo.
Devo ringraziare comunque anche i produttori, che mi hanno spinto fin dall’inizio a compiere questa trasposizione, entusiasti di questa idea.

Dal punto di vista del linguaggio, che differenze ci sono tra libro, testo teatrale e sceneggiatura cinematografica? E in quale opera e che cosa si è potuto dire di più rispetto al tema?
Pur trattando lo stesso argomento, la storia del libro e dello spettacolo teatrale è molto diversa da quella narrata nel film.
In generale l’ artista in scena ha la libertà di espressione, può e riesce a dire ciò che vuole. In teatro, per me il pezzo dev’essere improvvisato, perché deve esprimere bene la naturalezza del parlato e l’attore deve riuscire ad evocare il senso dell’opera attraverso il gesto e la parola.
Il cinema invece è fatto di immagini: lo sforzo nella trasposizione dal linguaggio teatrale a quello cinematografico è stato il tenere fuori il più possibile quello che si voleva evocare; per esempio si poteva evocare la violenza senza mostrarla. Soprattutto ho cercato di non descrivere i personaggi, ma di definirli attraverso le loro relazioni con gli altri personaggi.
Considero poi molto importante nel film la voce fuoricampo: esprime il flusso del pensiero del protagonista durante i fatti e molto spesso quello che accade è in contraddizione con quello che viene detto. Ho cercato di costruire tutta l’immagine filmica su questa prospettiva.
È necessario per lo spettatore entrare nel cervello del personaggio “Pecora Nera” e l’uso dell’ossessione e della ripetizione affascinano, perché la parola in realtà non dice la cosa, ma la circoscrive fino ad accerchiarla, anche se il suo significato scompare.
La poesia finale del professore Alberto, vuole esprimere bene l’atmosfera generale del film e della condizione degli internati, che non stanno né dentro né fuori.
Infine, tutto questo racconto pare narrato dopo le vicende, quasi dopo la morte del protagonista.

Ha immaginato anche un proseguimento del finale del film, per il protagonista Nicola?
No, perché il finale del film è già aperto, sospeso, come lo sono le vite di queste persone; non si capisce se Nicola guarisce dalla malattia oppure no, perché il confine da superare implica una presa di responsabilità che l’ esperienza in manicomio annienta.
Sono convinto che nella nostra società bisogna usare una prospettiva basata su un centro, e non un confine.

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