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Nella mente

Si prova una sottile attrazione ad esplorare l’intelletto umano attraverso la cinepresa e, in maniera diretta o indiretta, innumerevoli film nel corso degli anni hanno espresso la materia della psicoanalisi con forme cinematografiche differenti, a partire dall’Espressionismo tedesco fino ad arrivare alle sfumature più comiche degli ultimi anni.

E c’è anche chi, come David Lynch, non si accontenta di trattare la psicoanalisi come semplice soggetto, ma ne fa uno strumento linguistico del proprio cinema, fonte inesauribile di impulsi narrativi in cui la realtà racchiude innumerevoli sfumature e colori, come in un caleidoscopio.
L’arte ha sempre desiderato indagare la materia di cui è composta la nostra mente e specularmente è proprio la mente umana che plagia e forma l’arte.

L’intelletto è miniera infinita di piccole e grandi nevrosi, fantasie, ossessioni e raccontarne sullo schermo il fascino fatale ma anche la semplice umanità, ha spesso portato gli spettatori ad amare personaggi apparentemente così diversi eppure così vicini: pensiamo a Forrest Gump, Raymond Babbit, Will Hunting, Randle McMurphy e ovviamente Hannibal Lecter.

Quanto ci toccano queste storie? Più di quanto si immagini, soprattutto perché ciò che con ostinazione riteniamo normalità risiede su un confine molto labile e facilissimo da oltrepassare. Cos’è normale? I film che trattano casi di malattie mentali mostrano una realtà relativa, alternativa, e non per questo diversa: mostrano l’altra faccia della medaglia o della luna (“Man On The Moon” potrebbe dirvi qualcosa), o semplicemente una versione di che cosa è davvero o dovrebbe essere la vita.
[PAGEBREAK] I drammi e le gioie, i più grandi piaceri o i più grandi dolori passano inevitabilmente attraverso un briciolo di pazzia e chi enfatizza le proprie emozioni tanto da privarle di ogni freno ci appare a volte più vero e onesto.
Noi che cerchiamo sempre di razionalizzare tutto abbiamo anche bisogno di una dimensione (spesso di comodo) dove poterci rifugiare perché studiare e comprendere la mente umana è una necessità prima che una scienza.

Il cinema è una delle lenti usate dell’arte per entrare in realtà complesse e difficili da accettare, mettendo al centro la storia della psicoanalisi stessa o attraverso la denuncia sociale (“Family Life” di Ken Loach, “Qualcuno Volò Sul Nido Del Cuculo” fino al recente “La Pecora Nera” di Ascanio Celestini), a voler dire che relegare ciò che noi chiamiamo malattie mentali a contesti puramente medici è un modo come un altro per sbarazzarcene e per lavarci la coscienza. Il limite tra vero e falso, tra verità è illusione è solo convenzionale.

Parla di questo “A Dangerous Method“, attraverso il lato vulnerabile e imperfetto di coloro che sono considerati i veri creatori della psicoanalisi: Cronenberg (che della materia ne sa una più del diavolo dai tempi di “Videodrome”) dimostra il limite della psicoanalisi poiché studia qualcosa che non potrà mai essere capito fino in fondo, qualcosa di oscuro e, appunto, di pericoloso.

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