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Nerval Teatro: Schwab, o la sua distruzione del mondo

Il 23 e il 24 giugno al Pini di Milano, presso il Teatro della Cucina, il Nerval Teatro ha messo in scena, in una stanza buia e nera, lo spettacolo teatrale “Schwab”, liberamente ispirato alla vita del drammaturgo austriaco, morto 35enne una ventina di anni fa.
Il sottotitolo è “La Vita Di Werner Schwab”: cerchiamo punti di contatto con le nostre biografie e l’opera si struttura per lo più su una serie di tableaux vivants molto incisivi messi in piedi dai sei attori, di cui alcuni diversamente abili, Maurizio Lupinelli (lo sceneggiatore), Michele Bandini, Elisa Pol, Federica Rinaldi e Linda Siano.

Si sfrutta il grottesco: un uomo in completo blu con una maschera da volpe, una donna in tailleur rosso con il viso reso piccolssimo da una maschera di plastica di Biancaneve. Una donna chiusa in una valigia. Una gamba che esce da una valigia. Un down con il cappello da vescovo che fa sventolare una gigantesca bandiera. Una ragazza in abiti di pizzo bianco. Un uomo grasso, in mutande, sdraiato per terra.
Capire il senso della storia, delle frasi ossessivamente ripetute, dei litigi che i personagi mettono in scena, l’uomo cane, la donna abbandonata dalla mamma, il morto che torna nel regno dei vivi, è quasi impossibile. Si tratta per lo più di sensazioni, di un’angoscia che non si riesce a spiegare. Dell’idea del sole e del buio, dello schifo che un altro essere umano ingenera. La morte. La violenza. L’ingordigia e la sopraffazione, temi che a Schwab erano particolarmente cari. Il suo era un teatro impregnato di cinismo, disillusione, un teatro che non lascia speranza al mondo che ritrae, quello della provincia più profonda e conservatrice, per lui infima e squallida nella pretesa di essere rispettabilmente borghese. Schwab partiva dalla realtà, senza mediazioni. Dai mostri che ognuno porta dentro di sé, dalla violenza antropofaga che si scatena appena se ne ha la possibilità.

«Il mondo che emerge dai testi di Werner Schwab – commentano Lupinelli ed Eugenio Sideri – è stata la nostra partenza, il fulcro su cui abbiamo capito che doveva rivolgersi la nostra attenzione. Non quindi un lavoro di messa in scena dei testi, né una loro riscrittura, una conservazione degli argomenti, dei temi che hanno trovato nel nostro lavoro personali sviluppi. La distruzione del mondo operata da Schwab si è affiancata alla nostra visionarietà, incrociando mondi e incubi, per raccontare la malattia del presente».

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