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Intervista a Nesli: “Il periodo più bello della mia vita”

«Il periodo più bello della mia vita». Così Nesli definisce il momento che sta vivendo, per lui di grande crescita e consapevolezza artistica: il 12 febbraio uscirà “Andrà Tutto Bene”, nuovo album di cantautorato pop, e parteciperà Sanremo 2015 con uno dei brani, “Buona Fortuna Amore”. Con semplicità, entusiasmo e vivacità ci racconta il lavoro, gli intenti, le emozioni, il passato nel rap, il passaggio al pop, la sua filosofia di vita.

In “Andrà Tutto Bene” racconti storie di relazioni. Quanto c’è di autobiografico?

Tutto autobiografico. Ogni parola, ogni secondo, ogni emotività, è vissuto sulla mia pelle. Sono affamato di vita. E poi ho la capacità di fare sempre la scelta sbagliata, quindi faccio sempre il giro più lungo, e da queste esperienze poi imparo. Mi piace misurarmi e provare, e devo scrivere ciò che provo.

Esiste anche un profilo Instagram, “Le mie parole sulla vostra pelle” in cui raccogli fotografie di tatuaggi dei tuoi fan con le parole delle tue canzoni. Ti immedesimi nei fan che ti ascoltano?

Mi immedesimo poco in loro, perché io scrivo come fan di me stesso. Sarà egocentrico dirlo, ma è così. Questo mi permette di non dire “cosa piacerà ai miei fan”. Faccio quello che mi sento e parlo di ciò di cui voglio parlare.

Qual è l’emozione che ti assale di più nel salire sul palco dell’Ariston?

Io vengo da un percorso musicale che mi vedeva sul palco al massimo con un dj. Ora sono in 60 ad arrangiare il mio brano: è una botta forte! L’Ariston è sempre stato il palco del bel canto. La dose di ansia è alta. Ma proprio perché è una scelta pazza, invece che aumentarmi la paura, mi da solo forte eccitazione e fascino. Sono investito dalla magia dell’evento e dall’esperimento di affacciarsi su quel palco.

Sanremo era già nella tua testa?

Ho sempre subito il fascino, nella mia famiglia era parecchio seguito. Non nascondo che avrei sempre voluto farlo, anche quando non avevo ancora fatto questa scelta stilistica. Così come mi terrorizzava, riusciva anche ad affascinarmi, e alla fine questa parte ha vinto: ci provai nel 2012, e non andò. Quest’anno è quello giusto. E poi c’è sempre una parte di loser dentro di noi che ti fa dire «ma no cosa fai, non sei all’altezza. Speriamo che non mi prendano». Però dentro di me sapevo che dovevo dimostrarlo a me stesso più che a chiunque altro.

A Sanremo sembra che voi giovani, non solo rapper, ci entrino piano piano. Quest’anno si vedeono cose diverse, Conti ha fatto delle scelte particolari.

Si, forse è anche un modo per far capire che il Festival è vicino alla gente. Forse già da Mengoni le cose stavano cambiando. A conti quest’anno riconosco il coraggio per aver preso me, come altri. E tutti gli artisti che fanno musica di qualità non dovrebbero vedere Sanremo come il demonio, non dovrebbero snobbarlo. Che sia Rocco Hunt, che siano i Marlene Kuntz, che siano i Negrita: ognuno s Sanremo porta la propria identità.

Se ripensi al tuo passato, cosa provi?

Tenerezza (ride, n.d.r.). Anzi, mi ripenso totalmente incosciente. Ho fatto spesso scelte sbagliate che mi hanno allungato il percorso, finché ho deciso di scendere dal carro di vincitori del rap e fare altro. Ho seguito l’istinto e la mia curiosità, tanto da rischiare di perdere tutto.

Hai trovato una nuova consapevolezza?

Si, la consapevolezza è fondamentale. I rapper “duri e puri” non mi hanno mai riconosciuto lo statuto completo di rapper e io in effetti non vedevo l’hip hop come stile di vita ma solo come musica, al contrario di loro che invece lo vivevano appieno. E lì ho preso consapevolezza che dovevo fare altro.

Racconti di tanto amore, ma racconti anche di tanta fine. Che cos’è per te la fine?

Dipende a che distanza ti trovi dalla fine. Se sai che sei a un passo dalla fine, sai anche che dopo di essa può esserci solo un inizio. Per questo anche in “Buona Fortuna Amore” parlo di un addio, ma un addio sereno. È per celebrare la chiusura, con dignità, di un percorso fatto con una persona importante.

Per te tutto finisce?

Si, assolutamente. Per rigenerarsi in qualcosa.

Ma sei sempre stato così ottimista?

Sono sempre stato dark. Anzi la definizione migliore sarebbe: semplicemente complesso. La mia parte malinconica ce l’ho dentro, ma poi nella risoluzione finale cerco sempre di essere ottimista. A casa ho molte canzoni tristi ma che tengo per me, che parlano a me di me, e non sono neanche nate con la volontà di essere condivise. Sono ermetiche. Ho trovato il giusto equilibrio. Poi l’arrangiamento fa tutto: “Andrà Tutto Bene” cantata in minore sarebbe una mattonata. E invece il valore della melodia nella parola consegna la luce del brano all’ascoltatore così com’è.

Si percepisce nel disco la forte eredità del rap. C’è da parte tua grande riconoscimento della tua vita precedente, che non rinneghi. Quanto ti è servito dal punto di vista tecnico il rap?

Tanto dal punto di vista verbale e di scrittura dei testi: il rap è un tubo verbale di due note. Il rap lavora sull’abbondanza delle parole, e da questo mi sono distaccato, perché adesso scrivo cose diverse. In Italia fino a 5 anni fa la produzione dei dischi rap era poco curata. Ora le cose in Italia stanno cambiando, ci sono artisti rap che hanno anche una produzione curata, come Ensi per esempio. All’estero non hanno bisogno di etichettare: Rick Rubin ha prodotto dischi rick, come hip hop, come pop. Solo in Italia abbiamo necessità dell’etichetta, anche nella produzione.

Avete registrato alla Massive Arts, giusto?

Si, e per me era la prima volta che vedevo concretamente una produzione così. Stavamo su uno stesso pezzo per 40 volte. La costruzione delle batterie e dei bassi è una cosa impagabile, che col rap non avevo mai visto.

Che artisti rap ascolti del panorama attuale?

Mi piace molto la Machete come gruppo, entità. Hanno quel senso di appartenenza e partecipazione che deve avere il mondo del rap. E poi sicuramente Jack The Smocker, Ensi. Anche l’ultimo di Marracash ha un’ottima produzione. Ma poi in generale spazio anche tra i generi, ascoltavo anche tanto i Marlene Kuntz, i vecchi Verdena.

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