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Never Neverland

Adesso può aprirsi il giallo. Adesso possono partire le leggende, e già qualcuno dice di ben sapere che non è vero nulla, Michael Jackson è vivo, ben nascosto, al riparo dai suoi debiti. Ma la realtà per noi comuni mortali è un’altra, e il mondo dello spettacolo, e della musica, ha perso uno dei suoi Re.

E davvero storia di un re è stata quella di Michael Jackson, di uno di quei re che salgono al trono bambini, ancora inconsapevoli del proprio ruolo, e che nel proprio ruolo maturano fino a costruire un impero con cui, da oggi, si dovrà cominciare a fare i conti. Un impero costruito da un talento fuori dal comune, che ha dominato una vita generando insieme tante gioie e tante fragilità, tanti errori, tante esagerazioni, tante ambiguità. La storia di un bambino senza infanzia, di un ragazzo senza adolescenza e di un adulto senza maturità. E la notizia è che essere sulla cresta dell’onda da quando hai dieci anni può vuol dire rinunciare a tutto.

Una vita durata cinquantuno anni, interrotta perché il motore di un corpo forse in declino ha grippato. Non importa se il pilota o qualche meccanico abbia commesso qualche errore, semplicemente il motore ha grippato. E se cinquantuno anni sono troppo pochi per chiunque, la quantità di tiri andati a segno nella sua vita professionale sono così tanti da far pensare che la natura abbia semplicemente fatto il suo corso. Oppure, che dalla vita non si può avere davvero tutto, nemmeno se sei Michael Jackson, nemmeno se vai cercando soltanto una seconda possibilità per dimostrare al mondo di esserci ancora e di non essere solo un mostro, un “freak” devastato da te stesso. Questa dimostrazione mancherà per sempre, con l’ultimo Jackson che farà per sempre ombra al Michael di “Thriller” e “Bad”.

Negli anni ’80 il re ha reclamato e conquistato il trono, negli anni ’90, da quel trono, ha rischiato di cadere e farsi male (con i media e le gravi vicende giudiziali, formalmente risoltisi nel migliore dei modi, a cercare di tirarlo giù fino in fondo). Con il nuovo secolo voleva provare a risollevarsi, quasi fosse una fenice, e visto il milione di biglietti venduti per il tour che avrebbe dovuto iniziare tra un paio di settimane, ci sarebbe forse anche riuscito, creando di nuovo qualcosa di memorabile. Battuto sul tempo dal colpo di scena che nessuno si aspettava, cosa avrebbe combinato nella sua seconda giovinezza non lo sapremo mai. Perché la vita è crudele e la vita non è nostra. E la vita, a Michael Jackson, in un giorno d’inizio estate, ha deciso di presentare il conto e chiuder la serranda su quell’icona decadente in cui si era trasformato negl’ultimi anni.

Vittima e carnefice di se stesso, l’ex bambino prodigio dei Jackson 5 ha regalato al mondo (non senza ritorno, in effetti) tutta la musica di cui era capace nell’arco dei primi trent’anni della sua vita. La quale, come da copione, appare oggi nascosta dalle esagerazioni delle star di una volta e avvolta da un velo di mistero e di tristezza tipica delle persone sole. Trent’anni over the top seguiti da una lenta e inesorabile caduta libera: il re bambino, trasfigurato dalla sua stessa esosa personalità, non ne ha più azzeccata una.

Ciò che è stato, è stato. Il mondo rimarrà diviso tra chi considera Jackson uno degli artisti più brillanti della storia della musica leggera e chi semplicemente un pazzoide nero squagliatosi bianco e/o più semplicemente un pazzo e basta. Pedofilo, per di più. Non importa la sentenza di assoluzione, né i milioni pagati per chiudere la vicenda: il popolo esige di conoscere i fatti. La verità Jacko se l’è portata nella tomba, ma per certi aspetti è comunque un po’ triste, anche se appunto forse motivato, mortificare in questo modo una tale portata artistica.

Sebbene l’arte sia superflua per definizione, adesso ci restano comunque i fatti, quelli conclamati: Michael Jackson è riuscito a scavarsi un posto nella nostra società, ormai ben di più che un’icona musicale o un simbolo generazionale, perché non è mai davvero appartenuto né mai apparterrà a una sola generazione.

Come Peter Pan, dunque, sempre bambino nonostante il passare del tempo. Con i suoi capricci e le sue fragilità – che sia questa la chiave di lettura? Un’infanzia non vissuta e che è venuta fuori pian piano negli anni ad offuscare l’uomo, l’uomo vero, probabilmente mai esistito per davvero, e celebrare il bambino? Forse. Così come forse Neverland, la sua Isola Che Non C’è, il suo Paese delle Meraviglie, è stato il tentativo di quello stesso bambino appena diventato maggiorenne di ritrovare la spensieratezza probabilmente mai avuta. Neverland, invece, è presto diventata la sua prigione e il mausoleo dell’ultimo dannato dello show biz.

Nessuna apologia, nessuna mistificazione. Solo un ultimo saluto all’ultima icona vivente, l’ultimo personaggio, l’ultimo erede di un’epopea di artisti ormai estinta per sempre.

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