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  • Nevermore: Dead Heart In A Dead World

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Nuovi orizzonti

I Nevermore gettano la pietra un po’ più in là. Dopo due album-monstre, seppure diversissimi, come “The Politics of Ecstasy” e “Dreaming Neon Black”‘, in molti si chiedevano che cosa sarebbe stato capace di proporre l’ensemble capitanato dagli ex-Sanctuary Dane e Sheppard. Statisticamente, si pensava, sarebbe stato difficile confermarsi sui livelli qualitativi dei precedenti lavori, soprattutto considerando che sin dai tempi di “Refuge Denied”, primo album dei Sanctuary, Dane e soci sembravano non conoscere sosta nel loro percorso di perenne ascesa. Spiazzando tutti, i Nevermore sono riusciti non solo a confermarsi band fuori dal comune, ma l’hanno addirittura fatto proponendo un lavoro che rimescola nuovamente le carte del loro sound, mantenendone invariate le radici squisitamente, indiscutibilmente metal, ma rielaborandolo in chiave forse più moderna, sicuramente non meno convincente. Tornati ad essere un quartetto per l’occasione, con Loomis unico axeman, i ragazzi di Seattle hanno addirittura abbandonato il loro produttore storico Neil Kernon, per affidarsi alle sapienti mani di Andy Sneap (che, tanto per gradire, si era preso la briga di resuscitare i Testament). Ciò che è venuto fuori è un album che rispolvera alcune intuizioni presenti nel primo, omonimo album: un heavy/speed di chiara matrice americana, con riferimenti ai Metal Church ma anche ai Machine Head. Ma ogni paragone non può che far torto ai Nevermore, che sono leaders not followers. E hanno creato un mostro ancora una volta. Coadiuvati dai suoni chirurgicamente affilati di Sneap, i quattro hanno inciso undici tracce di incredibile dinamismo. Se da una parte l’impatto emozionale non ha lo spessore tragico di “Dreaming Neon Black”, va comunque detto che i brani sono assolutamente vincenti sotto ogni punto di vista, fin dall’iniziale, spietata “Narcosynthesis”, con le sue trame veloci e potenti. Potenza che non si stempera, ma si tinge di colori più cangianti e melodici nella successiva “We Disintegrate”, che con un ritornello magnificamente cantato da Dane si candida come vero highlight del platter. L’album, nel prosieguo, non lascia il respiro, ed appena i ritmi rallentano ecco che dietro l’angolo spunta di nuovo il lato aggressivo della band, con “The River Dragon Has Come”, in cui Dane e Loomis si scambiano convenevoli a non finire. Arrivano anche dei rallentamenti, fantastici ed emozionanti, con “The Heart Collector” e “Believe in Nothing” (uno dei classici della band), mentre si torna a picchiare durissimo con la terrificante “The Sound of Silente”, allucinata rilettura thrash del classico di Simon & Garfunkel. Dane confesserà: “Volevamo distruggere un classico”. Impresa indubbiamente riuscita – la song è furiosa e coinvolgente, e si conquisterà stabilmente il ruolo di atto conclusivo nei concerti della band. Violenta e nervosa, infine, la title track, costruita su una prova perfetta della sezione ritmica ed impreziosita da un rifferama che riprende certe inflessioni del nu-metal, pur suonando fulgidamente metal. Insomma, i Nevermore confermano nuovamente di essere una band di valore non comune. Di questo album, da notare infine, esiste un’edizione limitata che contiene, tra l’altro, una cover acida e gustosa della priestiana “Love Bites”, e soprattutto l’acustica ed imprescindibile “Chances Three”, sofferta e magica, una song da conoscere e amare, colpevolmente ignorata da troppi appassionati.

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