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  • Nevermore: Dreaming Neon Black

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Fosche visioni

A più di due anni di distanza dall’incredibile “The Politics of Ecstasy”, i Nevermore pubblicano un album che, sgomberando subito il campo da ogni dubbio, pone il nome della band in maniera solida ed inequivocabile nell’olimpo delle grandi band degli anni ’90. “Dreaming Neon Black” (un titolo di fascino metaforico assolutamente incredibile) è un album piuttosto distante dall’approccio che aveva caratterizzato il precedente lavoro, e sembra ricongiungersi in qualche modo alle atmosfere cupe e decadenti dell’EP “In Memory”. Non manca infatti chi indica nei continui ed evocativi chiaroscuri elettroacustici i cromosomi del gothic metal più raffinato, e l’afflato profondamente oscuro e sofferto dell’album è da ricondurre alla sua natura di concept – basato peraltro su una vicenda tragicamente reale, vissuta precisamente dal singer Warrel Dane, che ha visto scomparire nel nulla la donna che amava. Non è quindi un caso che l’impatto emotivo cresca esponenzialmente, magari a discapito dello spessore puramente virtuosistico della musica. In questo aspetto sta infatti la principale differenza tra questo platter ed il suo predecessore: grazie anche all’innesto dell’ex Forbidden Tim Calvert alla chitarra, in vece del defezionario Pat O’Brien (finito, guarda un po’, in una band molto più pesante, ovvero i Cannibal Corpse), i brani si fanno più rocciosi e lineari nell’incedere, a scapito delle funamboliche evoluzioni ritmiche che caratterizzavano i solchi di “Politics”. Cionostante, la musica non risulta affatto meno fresca o dinamica, in virtù di composizioni che sul piano della progressione emotiva hanno del miracoloso: i brani sono perfettamente bilanciati, e la struttura dell’album, magistralmente architettata sull’avvicendarsi di strappi thrash e rallentamenti doom, guida l’ascoltatore in un viaggio di stupefacente potere visuale, oltre che auditivo. Ma a stupire, oltre all’economia d’insieme, che rende l’album uno dei migliori concept mai realizzati nel genere, è la straordinaria qualità delle singole composizioni che, nonostante rendano inequivocabilmente meglio se inserite nel quadro globale dell’opera ed ascoltate in maniera consequenziale, tradiscono mezzi compositivi e tecnici di livello assoluto. E se “Beyond Within” è un’autentica mazzata, che si spacca in due nei brividi dolorosamente consapevoli del bridge centrale e dell’assolo di Loomis, “The Lotus Eaters” è un’invocazione che ha del mistico, pur forgiata nel metallo più sincero. “Poison Godmachine” una power-thrash song di paurosa energia che esalta il sound granitico architettato ancora una volta da Neil Kernon, e “No More Will”, in cui Warrel Dane canta con abbandono la sua disperazione, squarcia il proprio incipit (acustico, di rara bellezza) con sferzate di pura emozione. Su tutto, poi, spicca l’arcana, notturna, delicata, incredibile title track, una proto-ballad (perfettamente Nevermore nel sound) tra le cui note emergono, come dalle acque di quel lago oscuro ed inquietante raffigurato in copertina, le mani eteree di una presenza che ci chiama verso fatali profondità oniriche. Per perderci in un viaggio musicale di struggente intensità.

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