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    Nevermore

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Un nuovo inizio

Alla fine degli anni ottanta, poco prima del terremoto grunge che sconvolse il mondo dell’heavy metal (soprattutto in terra americana), una band di nome Sanctuary registra due splendidi album di heavy metal (il primo dei quali prodotto da un certo Dave Mustaine) considerati oggi una vera chicca dagli appassionati delle sonorità care ai Metal Church. Warrel Dane e Jim Sheppard, rispettivamente cantante e bassista della suddetta band, riprendono il discorso interrotto nel ’90 con la loro nuova creazione, i Nevermore. Sono inevitabilmente evidenti le tracce di ciò che furono i Sanctuary: la proposta del neonato combo (la cui formazione si avvale anche di Jeff Loomis -gtr- e Van Williams -ds-) è ancora un metal piuttosto sostenuto, melodico ma non eccessivamente barocco e abbastanza quadrato nel riffing (ma nulla a che vedere con il cemento armato dei successivi), dominato dall’eclettica voce di Dane, più interprete che performer esplosivo. I risultati, comunque, sono senza dubbio pregevoli. E non potrebbe essere altrimenti, data anche la profondità lirica, sostenuta da testi originali e lontani anni luce dalle storie di draghi, maghi & laghi che regnano sovrani nel power europeo coevo.
La produzione, affidata a Neil Kernon, è decisamente pulita, anche se non potentissima, ed i brani proposti mostrano un livello compositivo convincente. I Nevermore puntano infatti su un approccio musicale abbastanza ragionato, ed il risultato sono nove pezzi ben strutturati, sempre studiati nella loro forma canzone ma non eccessivamente immediati, senza scadimenti nel tecnicismo fine a se stesso. Da segnalare l’opener “What Tomorrow Knows”, l’intricata “Godmoney”, la splendida (tutt’oggi uno dei loro capolavori) “The Sanity Assassin”, power ballad di grande atmosfera impreziosita un bridge da brividi, grazie soprattutto alle follie vocali di Dane, oltre all’impressionante “Sea of Possibilities”.
Sintetizzando, questa opera prima dei Nevermore si conferma un buon platter in cui emergono evidenti i tratti di quello che sarà il sound caratteristico della band negli anni a seguire, ma che che non esprime (complice anche il cordone ombelicale che lega questo album all’ultimo dei Sanctuary) tutte le potenzialità che l’esemble saprà mettere brillantemente in mostra con album fondamentali quali “Dreaming Neon Black” e “Dead Heart in a Dead World”.

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