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  • Nevermore: The Politics Of Ecstasy

    Nevermore

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Techno Thrashing Mad

“L’impatto è quello di una sinfonia d’acciaio” (L.Signorelli). Sono passati pochi mesi dall’EP “In Memory”, e i Nevermore tornano sulle scene con un album granitico, che segna una decisa evoluzione del sound verso orizzonti techno-thrash precedentemente presenti solo in embrione nella proposta del quintetto di Seattle. I riff partoriti da Jeff Loomis sono durissimi, pesanti e taglienti, a tratti non lontani dagli stilemi del death metal evoluto dei Carcass di “Heartwork”, Dane dietro il microfono riduce leggermente la quantità di acrobazie vocali delle precedenti uscite discografiche, per sfoderare una prova decisamente più aggressiva (ma comunque melodica ed emozionante), mentre la sezione ritmica si esibisce in modo stupefacente in una serie interminabile di progressioni, riff spezzati, ripartenze, controtempi. Semplicemente impressionante. Si parte subito con “Seven Tongues of God”, massiccia cavalcata in cui il guitar-work (grazie anche ad una produzione spaventosa, curata da Neil Kernon) si articola poderoso su trame sincopate di inaudita potenza, e si procede attraverso “This Sacrament” e “Next in Line” senza rallentamenti o cedimenti, in un percorso di puro metallo cromato. Si giunge così a “Passenger”, struggente ed epico brano caratterizzato da un incedere quasi doom, sovrastato nella sua carica poetica e drammatica dalla magistrale voce di Warrel Dane. Lasciati i lidi doomy della quarta traccia, i Nevermore riaprono all’aggressività con l’acida e complessa title track, spezzata da un bridge ritmico devastante. Si ricomincia quindi a picchiare durissimo con il trittico “Lost’ – “The Tiananmen Man” – “42147″, raggiungendo l’apice nelle ritmiche centrali di quest’ultimo brano, spaventosamente rocciose nel loro incedere compatto e martellante, esaltate dal sound ineccepibile forgiato da Kernon. Un sound di splendida carica che si ispessisce ulteriormente con la conclusiva “The Learning”, un brano in cui l’afflato filosofico e letterario delle liriche sposa l’andamento sghembo e progressivo delle musiche, in un climax sublime. “La sintesi del metallo pesante”, lo definisva Psycho!. E Luca Signorelli, sull’ enciclopedia dell’heavy metal (Giunti), scriveva: “Un album tanto sonicamente compatto quanto visionario ed evocatore di sentimenti eterni: ovvero, tutto ci? che rende l’heavy metal una forma espressiva unica”. Difficile dargli torto.

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