Home > Recensioni > Ničije dete (No One’s Child)

No One’s Child” (“Ničije dete“) è il film d’esordio del trentanovenne serbo Vuk Ršumović, presentato dalla Settimana Internazionale della Critica nell’ambito della 71esima Mostra del Cinema di Venezia.

Siamo in Bosnia nel 1988 e un bambino cresciuto con i lupi viene trovato per caso nei boschi. Lo portano in un orfanotrofio e lì, ribattezzato col nome di Haris Pućke, il bambino imparerà a parlare, mangiare, legarsi i lacci delle scarpe. Ma soprattutto imparerà cosa significa amare ed essere amato, imparerà il dolore e la delusione, la violenza e la giustizia, la solitudine e la libertà. Nella vicenda, non nuova né originale, del suo “ragazzo selvaggio“, Ršumović (anche sceneggiatore) legge un racconto universale di abbandono, infanzia calpestata e – sono parole sue – «desiderio di appartenenza».

I legami umani sono effimeri, i bambini cercano inutilmente affetto – parallelamente a quella di Pućke, il film racconta anche la storia tragica dell’amico Žika – e la guerra che scoppia nei Balcani arriva a violare definitivamente ogni traccia di fiducia negli esseri umani. Ršumović, che ha alle spalle esperienze di teatro e cinema documentario, filma con una grazia mai patetica, e dimostra una mano straordinaria nella direzione dei giovanissimi attori, in particolare nei confronti del protagonista Denis Murić.

Appassionante e commovente dalla prima all’ultima scena, “No One’s Child” ha una chiusura nera e perfetta, che rende Pućke un piccolo eroe sofferente e coraggioso dall’animo libero.

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