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Nicola Piovani: In quintetto

Andrea Avena (contrabbasso), Marina Cesari (sax e clarinetto), Pasquale Filastò (violoncello e chitarra) e Cristian Marini (batteria e fisarmonica) sono i musicisti che hanno accompagnato Nicola Piovani nel percorso – prima dal vivo, poi in studio – di “In Quintetto“, una riscrittura per cinque solisti (Piovani è al piano) di brani composti nel corso degli anni «per il cinema, per il teatro, per i cantanti, per la televisione».

Oltre ai temi più o meno noti tratti dalle colonne sonore, il cd – nato per fissare le esplorazioni musicali nate durante i concerti – propone la versione integrale della sigla di “Annozero”, tre pezzi ispirati ai miti greci dei Dioscuri, di Icaro e di Narciso e Eco, “La Melodia Sospesa” scritta per “La Cimice” di Majakovskij portata in scena da Carlo Cecchi, una Suite De André e la ballata “Poema delle Ceneri”, basata sul poemetto omonimo di Pier Paolo Pasolini.

Per i musicisti del quintetto, un modo di riscoprire le partiture e le loro sfumature; per chi ascolta, l’occasione per mettere a fuoco, al di là della musica da film che l’ha reso celebre ad un pubblico vasto, le peculiarità artistiche di Piovani, la sua personalità completa di compositore ed esecutore.

A lui la parola.

Presentaci il tuo Quintetto: in che modo avete lavorato per riproporre i brani in maniera “più intima e flessibile”, come dici tu stesso parlando dei vostri concerti, rispetto alle versioni orchestrali già note? E qual è stato il criterio di selezione dei pezzi da inserire poi nel cd?
I pezzi presenti nel cd sono quelli dell’ultima scaletta, cioè del programma serale che abbiamo messo a punto, sera dopo sera, in decine e decine di repliche. Ho scritto centinaia di partiture, in passato, e fra queste sono andato a studiare e scegliere quelle che si prestano a un discorso più solistico, virtuosistico e teatrale nello stesso tempo.
[PAGEBREAK] Nell’album non poteva mancare “La Vita è Bella”: mettendo per un momento da parte tutto ciò che è venuto “dopo”, dal successo mondiale agli Oscar, vorrei soffermarmi sul “prima”. Quali furono le tue reazioni quanto ti venne proposto il progetto? E come hai trovato l’approccio giusto per quella storia?
Vedendola da “prima”, “La Vita è Bella” è un’opera soprattutto di coraggio: Roberto Benigni, che fino ad allora era conosciuto solo come attore comico, ha messo in gioco la sua popolarità in un progetto che tutti, dico tutti, gli operatori di mercato, i cosiddetti esperti della comunicazione, sconsigliavano. Benigni ha dovuto resistere alle insistenze dei tantissimi che lo scoraggiavano, che cercavano di dissuaderlo… Fino all’ultimo giorno prima dell’uscita i distributori volevano che cambiasse il finale, cercavano il lieto fine. In quelle condizioni, lavorare a cercare la “temperatura musicale” giusta per il film era ancora più difficile. Poi, grazie al cielo, è andata bene, e allora si dimenticano tutte le avversità, e tutti gli avversi.

Hai collaborato più volte con Mario Monicelli: cosa chiedeva Monicelli alla musica da film? E puoi parlarci in particolare di “Speriamo Che Sia Femmina”, una partitura a volte meno citata rispetto ad altri tuoi lavori ma davvero intensa e significativa?
Parlare in questo momento di Mario Monicelli è per me particolarmente delicato. Gli ero affezionato più di quanto gli esternassi, ho imparato da lui più di quanto sembra. “Speriamo Che Sia Femmina” è un’opera delicata, che non richiedeva una musica eclatante, ma solo una partiturina che suggerisse, ai più attenti, la commozione color pastello che Mario cercava di tenere ben nascosta fra le pieghe del film.

Hai composto musiche per orchestra, per il cinema, il teatro, la televisione: qual è il tuo metodo di composizione, di ricerca delle idee e dei temi musicali? Puoi approfondire in particolare le tue esperienze a teatro?
Il teatro è per me, e per la musica, la vita: è ciò che permette poi l’esistenza della musica per disco, per film, per la televisione… Ma senza la musica dal vivo, senza il corpo a corpo teatrale, come musicista mi sentirei monco, mi mancherebbe una fondamentale ragione di esistere, in senso artistico, intendo.
Per scrivere bene musica, quando mi riesce meglio, c’è sempre una piccola scintilla di partenza, molto indefinibile, direi spirituale ma poi c’è tanto, tantissimo lavoro di artigianato che permette a quella scintilla di materializzarsi, di risuonare in pubblico, nei teatri, negli auditorium o sulla pellicola di un film.

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