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Nicolò Carnesi, nella galassia di Foresto Sparso

Nicolò Carnesi sale sul palco del Forest Summer Fest e la pioggia, unica protagonista della manifestazione fino ad allora, si placa. Magia o caso fortuito? Di certo il cantante siciliano ha trasmesso tutto sé stesso al numeroso pubblico affollatosi da subito sotto il palco, regalando una degna apertura alla terza giornata del festival bergamasco.

Noi di Loudvision lo incontriamo al termine dell’esibizione per una chiacchierata sul suo nuovo disco “Ho Una Galassia Nell’Armadio”, sul concerto degli Arcade Fire e su molto altro. Cosa ci siamo detti? Leggete qua!

 

Ciao Nicolò benvenuto su Loudvision e complimenti ancora per l’esibizione! Ero fra il pubblico e ho notato molto coinvolgimento e partecipazione fra i presenti.

Ciao Laura, grazie di cuore! Sono stato felicissimo di vedere il pubblico così affiatato e partecipe, mi ha riempito veramente il cuore di gioia. E’ la prima volta che suono a Foresto e devo dire che è un festival con un’organizzazione impeccabile, basti vedere come ha saputo gestire la situazione critica di poco fa. Mi è spiaciuto non si sia potuta esibire Beatrice Antolini, ma speriamo che la pioggia se ne stia lontana fino alla fine della serata! Qui al Forest, comunque, mi sono sentito a casa. E credimi, non capita molto spesso una sensazione del genere. Davvero credo che il Forest Summer Fest sia uno dei migliori festival d’Italia. Davvero con lode.

Concordo su tutto. Il Forest è una realtà felice del nostro territorio che coniuga professionalità e passione in ogni aspetto, da quello organizzativo, a quello umano. Cambiando discorso, hai da poco compiuto 27 anni, un’età “maledetta” nel mondo della musica. Non hai un po’ paura? Scherzi a parte, cos’ha rappresentato per te questo compleanno?

Guarda, mi hanno preso in giro fino a poco fa con la storia dei 27 anni! (ride n.d.r) Comunque sì, è stato un compleanno importante, perché ha coinciso con il mio trasferimento: a 27 anni ho deciso di andare a vivere da solo. E come sai, non è una scelta facile, perché decidere di uscire da una famiglia che ti dà non solo appoggio spirituale, ma materiale, è sempre un salto nel vuoto. E’ un po’ un’incognita. Si aggiunge a questo, l’uscita del disco, il mio secondo disco, giusto un paio di mesi prima. Insomma è un compleanno denso, pieno di novità ed aspettative. Diciamo che se supero questi 27 anni, poi avrò una radiosa carriera davanti a me! (ride n.d.r)

Beh, intanto ho visto dalla tua pagina facebook che recentemente sei stato a vedere gli Arcade Fire (non sai quanto ti ho invidiato!), direi che è un gran bel regalo di compleanno, no?

Hai voglia! (ride n.d.r) E’ stato davvero fenomenale. Seguo gli Arcade Fire da parecchi anni, ma direi che l’esibizione di quella sera ha superato qualsiasi aspettativa. Grandiosi, ed è ancora dir poco.

Qualche giorno fa è uscito anche il clip del tuo nuovo video “Il Disegno”. Ti va di parlarcene un po’?

L’idea è nata per merito di Wally, un regista di Udine, che recentemente ha svolto parecchie collaborazioni. Io gli ho semplicemente detto che volevo qualcosa che fosse coerente col testo della canzone, perché volevo fosse molto chiaro, quasi didascalico. E lui secondo me c’è riuscito molto bene con queste immagini che via via si creano nella realtà.

Sì, sembra quasi un prolungamento stesso del brano. Una specie di “disegno della mente”, almeno a me ha dato questa impressione, ascoltando prima il brano e guardandolo poi nel clip.

Sì, è esattamente così. Wally ha colto il mio pensiero, ha reso perfettamente lo spirito della canzone, ossia il disegno ravvicinato di una storia – che si può considerare d’amore o d’amicizia – in cui tutto inizialmente è molto entusiasmante, poiché scorgi solo i dettagli, poi più ti allontani più ne capisci la dimensione effettiva e il difetto. Io ho studiato all’Accademia delle Belle Arti e il consiglio che mi si dava sempre era di allontanarmi, per cogliere il senso effettivo di quanto fatto.

Nel caso del brano, è il tempo il fattore determinante, ciò che allontana. In questo periodo mi ci rispecchio molto; mi sono allontanato anch’io dalla mia terra, da una storia d’amore e da tante altre cose, che col senno di poi, mi accorgo di aver disegnato male. Il messaggio che voglio dare è di cancellare tutti gli errori, per prepararsi a fare un disegno migliore. Non c’è una formula magica o altro, semplicemente occorre fare tesoro dei propri sbagli, delle proprie cancellature, per avere un tratto più sicuro nella vita.

“La Galassia Nell’Armadio”, il tuo ultimo lavoro che contiene anche il singolo “Il Disegno”, rappresenta un po’ il tuo mondo interiore?

Sì esattamente, il disco è una sorta di contenitore del mio mondo interiore; visto che c’è molto di me, ho cercato un titolo che potesse rappresentare quello che avevo in testa, e direi che “La Galassia Nell’Armadio”, renda bene l’idea di quanto volevo trasmettere; soprattutto quando ti metti a nudo, hai bisogno che i tuoi contenuti abbiano una forma accessibile, riuscendo così ad arrivare a tutti. Da qui si è creato il dualismo che ha portato poi al titolo del lavoro; rispetto al primo disco, questo è molto più intimista: noi tutti siamo un po’ una galassia, ma ognuno di noi è fondamentalmente un armadio, un individuo a sé stante. Un po’ come diceva Pirandello in “Uno, Nessuno, Centomila”. E’ l’unione fra il mio Io e tutto ciò che gli sta attorno.

Leggo molti riferimenti alla tua Sicilia nelle tue parole. Quanto sono state importanti le radici nel tuo percorso? 

In generale molto, ma nonostante io sia legato alla mia terra, cerco di non fare qualcosa di autoreferenziale, ma di slegarmi dai cliché. Questo perché non mi piace, anzi mi dà fastidio il voler rimarcare l’appartenenza a qualcosa ad ogni costo. Sono legato alla Sicilia, ma non voglio fare per forza “il siciliano”. Ho molto altro da dire. Anzi, paradossalmente più mi sono allontanato, più ho potuto lavorare meglio, una volta a casa. Questo per rimanere coerenti a quello che ci siamo detti poco fa su “Il Disegno”. Allontanarmi, viaggiare (Bologna, Milano, New York e anche ora col tour) sono occasioni per poter ridefinire e riscrivere quello che sto facendo, per ottenere un disegno migliore.

Diciamo che hai dato un filtro diverso al tuo vissuto, ne hai ridefinito i contorni e aggiustato i contrasti.

Esatto, un po’ come il filtro XPro di Instagram! (ride n.d.r)

Invece come vedi la scena indipendente italiana? Ti senti parte di essa o qualcosa di diverso?

Diciamo che conosco tutti (o quasi) della scena indipendente, sono in una posizione di privilegio. Ho sempre fatto musica, ma è solo un questi ultimi anni che ho potuto entrarne a far parte, suonare insieme a musicisti che poi sono diventati amici, compagni di viaggio. Posso solo dirmi contento di come sta crescendo la scena indipendente italiana, ma soprattutto del riscatto che sta avendo nei confronti della musica: penso a Tre Allegri Ragazzi Morti o a Brunori Sas, due nomi “indie” che in realtà collezionano più presenze di musicisti che sono passati per Sanremo! Indipendente non deve significare per pochi, ma semplicemente coerenza alla propria estetica, a servizio di tutti.

Beatrice Antolini poco fa mi ha confermato una cosa simile, ovvero che ormai la differenza fra mainstream e indipendente non esiste più, di fatto si tratta sempre di musica e di presenze. Anche perché all’estero la situazione, concorderai con me, è totalmente differente.

Esattamente, proprio così. Quello che conta è che il brano che componi possa arrivare a tutti, non è importante il canale, sempre di musica si tratta. E sì, all’estero non esiste questa differenza fra brano commerciale e brano indipendente, e di conseguenza una considerazione diversa da parte del  pubblico, c’è la Musica e basta. E così dovrebbe essere.

A proposito di Dario Brunori (Brunori Sas n.d.r), che sta suonando in questo momento, so che siete molto vicini, vi conoscete ormai da qualche anno. Com’è nata la vostra amicizia?

Ai concerti, abbiamo condiviso lo stesso palco. Essendo due persone molto simili nell’attitudine di essere aperti, solari, è stato quasi naturale decidere di collaborare. Io avevo una canzone, che desideravo fosse cantata insieme a qualcun’altro, “Mi Sono Perso a Zanzibar”, che affronta le bivalenze del viaggio della vita. E appunto ho pensato a Dario: io rappresentavo la parte fanciullesca – avevo 23 anni quando l’abbiamo incisa – mentre lui (anche se si incazza quando glielo dico, perché dice che non è un vecchio!), la parte più matura. Da lì poi concerti, collaborazioni, una bella amicizia che va oltre il palco.

Ti faccio un’ultimissima domanda, ricordi un episodio che ti ha fatto innamorare della Musica?

Ah, questa è una domanda molto difficile, perché… non me lo ricordo! (ride, n.d.r) A dire il vero, sono cresciuto all’interno della musica, la mia famiglia ha sempre incentivato la mia passione regalandomi strumenti musicali e quant’altro.

Ad esempio ricordo un episodio simpatico, alla nascita di mia sorella più piccola di me di tre anni. Io facevo i capricci, piangevo e piangevo… ero gelosissimo di lei! Ed ecco che per tenermi buono, i miei genitori mi avevano regalato una piccola batteria! Non male, vero? (ride n.d.r.)

Io e Nicolò ci salutiamo, mentre si levano le prime note del soundcheck dei Tre Allegri Ragazzi Morti. E’ stato bello scoprire qualcosa di più di questo giovane sognatore che disegna, giorno dopo giorno, le sue note e il suo futuro.

Noi di Loudvision non possiamo che augurargli un grossissimo in bocca al lupo!

 

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