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Cresciuti nell’oscurità

In Madre Patria ormai profeti dell’Opera metal (come è stato semplicisticamente definito l’interessante mix d’influenze che costituisce la musica dei Nightwish), dopo un album che aveva affrancato la band dal ruolo di promessa, trasformandola in vera e propria realtà del metal europeo, Holopainen e soci si ripropongono nel 2002 con un nuovo lavoro, “Century Child”. Certamente un lavoro importante, critico, chiamato a verificare la tenuta sulla distanza della band, che giunge alla sua quarta rappresentazione discografica.
Si sarebbe potuto restare sulla difensiva, rischiando prudentemente poco, e a dire il vero non è che i Nightwish puntino proprio tutto in un solo giro di roulette. “Century Child” rappresenta però un ulteriore step evolutivo, sebbene non riesca a doppiare gli standard qualitativi raggiunti in passato.
Questo è un disco più heavy e cupo rispetto ai suoi predecessori, tecnicamente e tecnologicamente perfetto, che si bea di una produzione pompatissima e inattaccabile (anche se ormai tutte le band con un certo budget a disposizione sembrano utilizzare un po’ tutte gli stessi suoni). Un album scritto con una maggior perizia nella strutturazione delle musiche, dei testi e nell’architettura degli arrangiamenti, soprattutto melodici e armonici, che riescono a inserire delle chicche per l’orecchio attento. La band risulta tecnicamente cresciuta, in tal senso felicissima si rivela la chiamata alla corte dei sovrani Holopainen e Turunen del bassista Marco Hietala (Synergy, Tarot), il quale va inoltre a ricoprire tutte le vocals maschili dell’album, mai migliori negli album precedenti (cfr. “Dead To the World” o “Feel For You”). Anche la sempre bella Tarja modifica e arricchisce il proprio stile, arrivando anche, in pochi e brevi frangenti, ad abbandonare l’impostazione lirica tout-court per avvicinarsi ad uno stile più sobrio e leggero, come per esempio in “Ever Dream” – il risultato è uno stile che si arricchisce di sfaccettature e allontana il rischio noia che potrebbe derivare da interpretazioni stilisticamente e formalmente sempre uguali a se stesse. A tutto questo aggiungiamo anche la Joensuu City Orchestra, che verosimilmente esaudisce uno dei desideri più ovvi e poco nascosti della band, quello cioè di poter suonare con l’accompagnamento di una vera e propria orchestra sinfonica (su 5 pezzi).
L’album però non è quel capolavoro che magari ci si aspettava, dati anche tutti questi presupposti.
Il songwriting, infatti, appare un po’ stanco, non sembra più fresco ed efficace come lo era stato in precedenza. Certo non si parla di errori, ma di feeling, ed è comunque palpabile il tentativo di reinterpretazione di alcuni dei cliché stilistici dei Nostri, con un album nel quale il power canonico fa posto ad ammiccamenti sensuali ora al gothic black sinfonico, come ad esempio in “Slaying The Dreamer” (in chiusura della parte cantata da Hietala), ora al concetto prog-dark di band come Evergrey o ad atmosfere, create da ottimi arrangiamenti, dalle tonalità più oscure, il tutto sempre con un marchio di fabbrica sempre ben visibile. L’album testimonia certo una band ormai cresciuta, che cerca per come può di non ripetersi, piace, anche se, in fondo, questo disco potrebbe risultare come una semplice rilettura in notturna, attraverso l’esperienza maturata negli anni, di quanto fatto fino a questo momento

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