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  • Nightwish: Oceanborn

    Nightwish

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La new sensation metal finlandese degli anni ’90

Dopo un promettente debutto, i Nightwish evolvono il proprio sound condendolo con dosi più generose di doppia cassa, dinamismo e cori roboanti dalle velleità epiche, mantenendo però alla base il solito gran lavoro melodico. Tuomas, Tarja e associati riescono a emergere anche in un territorio affollatissimo, una giungla di nomi, una selva oscura di virtuosismi neoclassico-sinfonici e velocità, semplicemente perché non si adagiano supinamente sui cliché (che tra l’altro all’epoca vivevano un’esplosione di consensi), ma su quegli stessi stilemi pongono il proprio marchio di fabbrica, arrivando a creare un sequel logico, riconoscibile e personale, seppure distinto, del loro primo passo discografico.
Si evolve così il concept sonoro della band, senza mai snaturarsi pur mutando e crescendo, accentuando l’effetto “bombastico” ma con eleganza, aumentando la rilevanza delle tastiere nel mix finale fino a stabilire definitivamente syn-string e quant’altro come vero e proprio fondamento del sound generale. L’opener “Stargazers” dimostra quanto appena detto, tra arrqangiamenti sinfonici, tastiere, clavicembali, doppia cassa e melodie epicheggianti. Nella stessa direzione si muove anche “Sacrement Of Wilderness” e forse lo fa in maniera addirittura più efficace. I momenti dolci e crepuscolari vengono qui ridotti sensibilmente (così come i richiami folk e acustici) e forse ci mancano un po’, soltanto la ballata “Swanheart”, che per alcuni sarà irrimediabilmente melensa mentre per altri risulterà semplicemente struggente, e “Walking in The Air”, scritta da Howard Blake, risultano accostabili a quei momenti romantici e appassionati che caratterizzavano maggiormente il debutto del combo finnico.
“The Devil And The Deep Dark Ocean” e “The Pharaoh Sails To Orion” ripropongono l’intreccio di male&female vocals, sviluppando quanto già fatto con “Beauty And The Beast” (da “Angels Fall First”) in una direzione però più oscura, con un cantato maschile gutturale, quasi growl, a creare una più marcata antitesi della soave vocalità di Tarja – un’idea, no per forza made-in-Nightwish, che in effetti continuerà a fare proseliti in tutto il decennio successivo e oltre.
“Oceanborn” mostra una band senz’altro più matura e compatta rispetto al suo esordio, nonostante l’eccessività di alcune sue scelte artistiche, e sempre ben riconoscibile e distinguibile nonostante i richiami stilistici più o meno pronunciati ad altre band e . Un piatto ricco di ingredienti che sa accattivare le preferenze di un audience crescente in numero, senza avere la necessità di far gridare al miracolo creativo a tutti i costi. C’é chi riconosce già in questo disco il manifesto del Nightwish style.
C’é chi invece cita il successivo “Wishmaster”.

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