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C’erano una volta i Nightwish

I Nightwish giungono al traguardo del quinto studio-album con “Once” .
Con una base di fan ormai consolidata e fedele alle spalle, i Nostri prendono il via dalle coordinate sonore del precedente “Century Child” per andare a sviluppare la nuova versione del proprio sound, che prende forma e sostanza con quest’ultima prova discografica attraverso una manciata di elementi nuovi per la band e una produzione al solito ottima, ma meno levigata e più d’impatto che in passato. Ciò che ne risulta è una proposta sonora aggiornata quel tanto che basta per accreditare “Once” di una sua identità artistica sufficientemente riconoscibile e personale.
Sebbene “Dark Chest Of Wonder” sembri provenire direttamente dalle session di “Century Child”, già al cospetto della seguente “Wish I Had An Angel”, con il suo sapore un po’ Rammstein e gli spunti modernisti disseminati qua e là, inizia a far vedere sprazzi di quell’evoluzione sonora a priori per lo meno auspicabile. La quale si mostra in tutta la sua essenza in “Creek Mary’s Blood”, attraverso influenze etniche (nativo americane) che fanno un ottimo gioco di squadra, tanto con le efficaci melodie che da sempre i Nightwish ci offrono, quanto con le partiture sinfoniche, nuovamente eseguite da un orchestra reale come già era stato per “Century Child” (in questa occasione ci si è avvalsi dei servigi della London Session Orchestra): viene fuori un pezzo romantico ed evocativo, a tratti più maestoso, in altri più nervoso, tutti attributi che fanno sicuramente di questa canzone uno dei maggiori highlight del disco. Degna di nota è anche “Ghost Love Score”, e ancora l’orchestra londinese ci mette del suo nel dare alla canzone quel feeling, di nuovo maestoso ed evocativo, perfetto per una colonna sonora di un colossal a caso, che tanto giova al risultato finale di un pezzo che fa il paio con la già citata “Creek Mary’s Blood” per il titolo di migliore del lotto.
Nota di costume per “Kuolema Tekee Taitelijian”, ballad in finnico, che ripete l’esperimento già provato con “Lappi” su “Angels Fall First”.
Il resto s’inserisce bene nel filone artistico degli ultimi Nightwish, quelli più oscuri e cattivi, sempre melodici e romantici, ma in grado anche di offrire un sound grintoso, spesso e volentieri guitar-oriented; quelli con una Tarja a fare la parte delle leonessa tanto nei passaggi più operistici e maestosi, quanto nei momenti in cui abbandona l’impostazione da conservatorio tout-court per adottare uno stile nel quale né impalcature tecniche, né impostazioni di sorta sorreggono la sua dolce timbrica, dilettandoci peraltro nelle melodie iniziali vagamente arabeggianti di “The Siren” (che nel chorus ricorda un po’ le atmosfera di “Karma” dei Kamelot). Gli stessi che traggono giovamento, da un paio d’anni a questa parte, dai servigi del bassista-cantante Marco Hietala, che con un ugola grintosa e maschia, da far invidia a tanti colleghi, fa coppia perfetta con la timbrica della Turunen (cfr. la stessa “Siren” o “Romanticide”).
“Once” nel proseguire dunque sui sentieri aperti da “Century Child”, evolve alcuni degli elementi già presenti sul disco del 2002, ma presentandone al tempo stesso di nuovi, significativi, azzeccati e apparentemente sorretti da un’inspirazione genuina. Un album che sa offrire tante e diverse sfaccettature, e sebbene molte di queste siano state già ampiamente sfruttate anche dagli stessi Nightwish (osservazione che non giova granché al giudizio sintetico complessivo), siamo sicuri che i fan di Tuomas, Tarja, Emppu, Jukka e Marco, di questo, certo non se ne cruccieranno.

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