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L’incompiuta

Non può sfuggire al proprio destino “Dark Passion Play”, il disco che più di qualsiasi altro deve far parlare di sé. È un fato ineluttabile, perché è il disco della nuova era dei Nightwish dopo la cacciata di Tarja Turunen, perché è il disco di una delle poche metal band al mondo che riesce a far girare i milioni di dollari come fossero le palline di un flipper, perché è il disco con la produzione più costosa della storia della Finlandia. Si perde il conto di quante uscite discografiche abbia potuto generare la Nuclear Blast per l’occasione, tra edizioni più o meno limitate, singoli, dvd, video musicali e quant’altro. Roba da fare invidia a molte icone del pop internazionale. Che faccia abbiano i Nighwish senza la capricciosa Tarja dietro al microfono è semplice a dirsi: la stessa di prima. La sostituta del caso (la svedese Anette Olzon) è infatti un succedaneo meno lirico e più sexy che non cambia poi di molto gli equilibri in un ecosistema regolato quasi esclusivamente dal talento creativo di Tuomas Holopainen.
Meravigliatevi per la produzione, perché difficilmente i 44100 Hertz a 16 bit dei cd vi potranno offrire qualcosa di più definito per nitidezza e purezza del suono, meravigliatevi per l’epos dilagane di episodi come “The Islander” o per il trionfo quasi leggendario di “Meadows Of Heaven”. Se però il singolo di attacco (“Amaranth”) appare più opaco rispetto alla luce che produsse “Nemo” per l’uscita di “Once” e qualche brano vi sembra poi non così fresco e riuscito, se tutta questa ricercatezza a volte vi pare gratuita ed eccessiva e gli episodi più puramente aggressivi mancano di appeal, allora non servirà sottolineare come “Dark Passion Play” spicchi soprattutto per la sua incompiutezza, ma è quanto basta ai Nightwish per stravincere la loro partita.

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