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Un desiderio divenuto realtà

Il terzo album dei Nightwish arriva per confermare quanto di buono era stato fatto e detto con “Oceanborn”, quest’ultimo un disco che metteva in chiaro tutto il potenziale espressivo della band, che sarebbe però esploso appena un passo più in là.
“Wishmaster”, mostrando una discendenza significativa nei confronti del suo predecessore, sa essere heavy e grintoso, così come commovente e avvolgente, sempre e ovunque distinto e di classe. Sembra quasi condensare tutto quanto scritto e pubblicato dal combo nordico con i primi due lavori, conferendo però un nuovo smalto, un nuovo perché. Un’evoluzione, certo, ma anche un songwriting consapevole e maturo, che tra soluzioni bombastiche e volutamente eccessive è capace di regalare momenti nei quali quella particolarità che nei dischi passati era sempre stata ricercata con passione e applicazione, ma non sempre ritrovata, viene ad affermarsi decretando la riuscita di pezzi che raggiungono qui livelli di qualità assoluta – alcuni potrebbero chiamare in causa la Poesia, un’arte con la quale si nasce e si muore ma che né s’insegna, né s’impara. Si può però imparare ad implementare quelle intuizioni che piovono giù dal cielo di chi può permetterselo.
I Nightwish, con un manifesto d’arte e d’intenti qual è “Wishmaster”, dimostrano di aver capito e studiato la lezione, di aver assimilato qual è il modo migliore per sfruttare al meglio l’ispirazione del momento, mettere giù le idee che da essa fluiscono, coltivarle e curarle affinché diano i risultati sperati, agognati e sognati. In fin dei conti “Wishmaster” è questo che testimonia, la crescita di una band forse non rivoluzionaria, ma con un suo discorso – personale – da fare e tanta voglia di condividerlo con un pubblico sempre più numeroso.
Difficile non lasciarsi trasportare dalla soave onda romantica ed evocativa, velata da tristezza e malinconia, di canzoni come “Two For Tragedy” o “Dead Boy’s Poem”, nella quale Tarja Turunen raggiunge vette espressive finora da lei stessa mai raggiunte. Difficile poi non farsi travolgere dall’ardore del desiderio erotico dell’opener “She’s My Sin”, dall’energia di “Crownless” o dall’heavy malinconico di “Come Cover Me”. Difficile peraltro non accorgersi di come gli echi di Stratovarius & co. siano presenti anche in questo disco, ma la metabolizzazione sembra per larga parte compiuta e “Deep Silent Complete”, così come anche la già menzionata “She’s My Sin” (che “cita” il main riff di “Legions of the Twilight” proprio degli Stratovarius), appaiono in tutto e per tutto canzoni dei Nightwish.
“Wishmaster”, nonostante tutto il manierismo e i cliché più o meno rivisitati (nonché qualche auto-citazione) che si porta sul groppone, per ora equivale a stemma della carriera dei Nostri. Nell’attesa che i cinque nordici riescano nel futuro a smentirci.

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