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Nils Frahm: Le campane di Frahm

A quanto pare in Germania c’è un bel movimento. L’etichetta EP sta radunando intorno a sé dei musicisti/compositori che stanno arricchendo il panorama musicale. Alcuni vengono descritti come i compositori di un nuovo neoclassicismo (non il primo neoclassicismo di Satie), e alcuni inseriscono in questa definizione anche Frahm, anche se a lui non piace molto il termine ‘neoclassico’: ha ragione, non si dovrebbe etichettare la musica. Ma in effetti nella sua musica c’è anche una buona dose di quello che chiameremmo ‘impressionismo’ musicale… ops, ci siamo cascati anche noi! Lasciamo parlare lui che è meglio.

Innanzi tutto, tu hai cominciato a suonare il piano a 8 anni. Qual era il tuo compositore classico e perché?
Nils Frahm: In realtà ho iniziato a suonare prima degli 8 anni, ma la mia prima lezione è stata a quell’età. Ricordo che allora avevo un grande amore per Chopin. Trovavo i suoi pezzi malinconici infinitamente profondi e belli. Ho sempre avuto un debole per le composizioni più lente e dolci.

Hai avuto la fortuna di studiare musica con Nahum Brodski, che è stato uno degli studenti di Ciaikovskij. Com’era come insegnante? Hai qualche aneddoto?
Lui aveva studiato con l’ultimo studente di Ciaikovskij. Ma comunque non conta molto. Era un insegnante russo, molto umile ma anche rigido, finito nella mia piccola città. Mi voleva bene e volle darmi lezioni tutti i gioni per un po’. Ero molto fortunato ad averlo come insegnante ma a quel tempo mi sentivo un po’ oppresso, specialmente quando mangiò un aglio intero di domenica e poi si sporse verso di me per parlarmi. Quando era giovane suonò nelle grandi sale da concerto di Mosca, realizzò diversi LP; poi dovette scappare dalla Russia per motivi politici.

Parliamo per un attimo del presente. Che cosa c’è nel tuo stereo al momento? Che dischi ti rappresentano di più e quali senti più vicini a te?
Attraverso fasi in cui smetto totalmente di ascoltare musica, soprattutto adesso, che sto registrando molto, e a fine giornata è bello godersi il silenzio. Ma ascoltavo molti dischi di Ólafur Arnalds, oltre all’album di Dustin O’Halloran. E sono anche piuttosto innamorato di un vecchio disco di Eberhard Weber intitolato “Fluid Rustle”: è musica davvero magica. E hai mai sentito nominare Nils Økland? È un violinista incredibile, e Johnny Hodges è un maestro del sassofono. Sono solo un paio di esempi. La mia lista di preferiti cambia come la mia biancheria.

Ascolti pop/rock/indie music? Con chi faresti un duetto?
Mark Hollis dei Talk Talk.

La tua musica è incredibilmente evocativa e suggestiva. Che penseresti se qualcuno prendesse la tua musica come colonna sonora per un film o ti chiedesse di comporne una? Alcuni pensano che la musica per film sia di serie B, tu che ne pensi?
Non la vedo così. Penso che la musica per film possa essere bella in modo travolgente. Amo il lavoro di Johnny Greenwood, Eleni Kraindrou e altri. Mi piacerebbe lavorare a una colonna sonora, ma non è una cosa che vorrei fare tutti i giorni.

Il tuo amico e compositore Peter Broderick ti ha invitato a registrare un album con brani improvvisati al piano ed ecco “The Bells”. Perché hai scelto una chiesa per registrarlo? È dovuto a una questione acustica? E perché hai scelto la Grunwald Church? Anche il titolo è dovuto alla chiesa?
Prima di tutto ho voluto registrare là per il piano Bösendorfer. Lo strumento in sé è meraviglioso ma, combinato con quel posto e quel riverbero, è una cosa veramente fuori dal mondo. Amo i riverberi epici quando hanno una loro atmosfera. E non riuscivo a pensare ad altri dischi di pianoforte registrati in chiesa. Ho pensato che valesse la pena di fare una prova. Durante la registrazione nella chiesa la campana suonava ogni ora e, se ascolti attentamente, la puoi sentire. Perciò sì, il titolo è decisamente ispirato alla chiesa.

L’improvvisazione di solito è legata al jazz, ma in realtà c’è molta preparazione dietro. Quanta preparazione c’è nell’improvvisazione di quest’album? E dove trovi l’ispirazione?
L’improvvisazione ha bisogno di un po’ di rischio e coraggio, un po’ di fortuna e tanto esercizio. Forse è tutta la vita che mi preparavo per questa session, non lo so. L’album è improvvisato ma avevo delle progressioni di accordi e idee abbozzate che ho poi completato quella notte. Niente nasce dal niente. Ma mi piace mantenere la mia musica aperta. Non mi piace comporre un pezzo totalmente. Lascio sempre degli spazi bianchi che posso poi riempire con idee nuove.

La musica è una passione per te, qualcosa di personale, come ti senti a condiverla con un pubblico?
Condividere la musica con un pubblico fa crescere l’artista in modo importante. Permette alla musica di prender vita. Condividere la mia musica con un pubblico è un’esperienza molto importante e mi sono divertito parecchio, il più delle volte. Ci sono sempre serate in cui non ti va di suonare ma devi. Ma anche allora di solito mi emoziono, una volta sul palco, e a fine serata non ho mai rimpianti.

In Italia abbiamo un sacco di chiese e non sarebbe male usarle anche per ospitare buona musica. hai programmato delle date fuori della Germania?
Farò un lungo tour in Europa a fine autunno e ho già detto al mio agente di includere l’Italia, questa volta. Non vedo l’ora!

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