Home > Recensioni > Nine Inch Nails: Pretty Hate Machine
  • Nine Inch Nails: Pretty Hate Machine

    Nine Inch Nails

    Data di uscita: 01-01-1989

    Loudvision:
    Lettori:

All’inizio era la macchina dell’odio, seducente

Il 9 novembre 1989 è la data in cui uscì “Pretty Hate Machine”, il primo full length di Trent Reznor a portare il marchio Nine Inch Nails. Fu una rivoluzione dello spettro sonoro anche per l’industrial rock cavalcato da Skinny Puppy e Front Line Assembly. Per essere più precisi, questo è industrial rock, meno purista rispetto al genere delle band appena citate, e a differenza di moltissimi progetti musicali, Nine Inch Nails appartiene e si regge principalmente sulla necessità di esprimersi del proprio fondatore, che compone interamente musica e testi e suona più di metà degli strumenti avvalendosi di validi guest per completare gli arrangiamenti e raggiungere i risultati voluti di rifinitura ed efficacia in mixing e postproduzione.
A differenza di quanto il futuro ci riserverà, “Pretty Hate Machine” rivela un carattere intimistico, a volte rabbioso come nei pezzi che ancora oggi sono considerati anthems assoluti, espressione di quel rigetto fisiologico di sottostare alla fissità di regole non proprie: “Head Like A Hole”, o istantanee assolute e potenti della sensazione di tradimento, innocenza perduta, quando rimorso e istinto distruttivo coesistono: “Sin”. Gran parte dell’efficace comunicatività è ottenuta dal “testo parlato” di Reznor: le liriche sono il diario privato di un uomo, delle sue sofferenze, dei suoi pensieri in una percezione dilatata, che si permette tutto ed il contrario di tutto, dalla propria affermazione alla propria distruzione. Così, ciò che noi sentiremo lo percepiremo come realmente vissuto, e condivisibile quando fa parte anche della nostra esperienza. Musicalmente, lo stile di Trent Reznor in “Pretty Hate Machine” consiste nel ricercare l’espressione e la sensazione prima di qualsiasi altra cosa.[PAGEBREAK]Si parte da poche note, semplici, come nella splendida “Something I Can Never Have”, essenziale nella partitura originale, ma carica di emotività. Una musica emozionale colpisce dal primo accordo, generando una reazione di immediata risposta epidermica. Sulle partiture poi vengono organizzati arrangiamenti in chiave elettronica e, nello specifico di questo primo album, solo talvolta industrial, allo scopo di dare ‘pelle’ al brano, di dargli appariscenza, la sua “texture” adatta. Nel delirio frustrato di “Something I Can Never Have” avrete un suono campionato di tastiera distorto e sempre più profondo, che sul finale va a coprire addirittura il pianoforte in modo corale e lievemente futurista. Si unisce a questo genere di canzoni anche la precedente “Sanctified”.
Vi sono quindi gli episodi, che rimarranno isolati entro questo primo capitolo della discografia dei NIN, più leggeri e semplicemente ironici, come “Down In It” e “That’s What I Get”. Qui nasce anche la storica “Terrible Lie”, che riarrangiata secondo gli standard moderni dei NIN si presenta oggi ancora come una delle più potenti canzoni del loro repertorio. Stupisce pure in molte parti quasi melodiche/naive “Ringfinger”. “Pretty Hate Machine”: un po’ ingenuo, molto diretto, già contaminato del malessere della sfiducia e della rabbia che ne consegue, è parecchi passi avanti rispetto al tempo in cui è stato creato e mostra coerentemente come il cammino di Trent Micheal Reznor sia sempre stato causale. Sin dal primo istante.

Scroll To Top