Home > Recensioni > Nine Inch Nails: The Downward Spiral
  • Nine Inch Nails: The Downward Spiral

    Nine Inch Nails

    Data di uscita: 01-01-1994

    Loudvision:
    Lettori:

L’invenzione di quella spirale inimitabile

Il declino di Trent Reznor, la sua decadenza dopo l’ascesa. Ed, anche, il successo che lo ha consacrato. Macroscopicamente, questo è “The Downward Spiral”. Nella dicotomia esistenziale uomo-macchina, qualcosa inizia a non funzionare. Gl’ingranaggi fanno attrito, ed i circuiti impazziscono; la natura scompare definitivamente nell’industrial, in un assordante stridore meccanico, in percussioni da catena di montaggio. Egli ha vissuto il disgusto per il genere umano, per la donna; ha provato la delusione derivante dal non aver potuto prevenire, prevedendola, l’inevitabile spirale rovinosa avviluppata su se stessa, sulla sua persona. Amarezza e rancore per lo spreco, la cecità e l’illusione.
Il sopraggiungere imperioso di una voce dell’autorità che sentenzia i tuoi bisogni, che urla che cosa credere, che ti rivolta fino a strumentalizzarti, arrivano a condensarsi in “Mr. Self Destruct”: ovvero la percussione ossessiva cardiocircolatoria dello scontro tra mondo esterno ed interno, la spaccante chiarezza di una visione solo bianco e nero tormentata da tutte le indecise tonalità trasformate in carneficina. “Heresy” prosegue dall’altro punto di vista, quello dell’Io, filastrocca ironica che annuncia in termini Nietzscheani la morte di dio; e la ipno-cardiopatica “Closer”, che gioca con subliminali effetti sonori che istigano riflessi condizionati, mima la non voluta penetrazione sottile di una sostanza tossica tra pulsione e repulsione e lascia l’orecchio assistere ad una perplessa nenia. Echi dell’incalzare debordante e sistematicamente violento di “Broken” devastano l’orecchio in “March Of The Pigs”, ormai irrinunciabile sfogo di dominio della massa; ma non mancano i momenti storici di intimità, come la strumentale futurista “A Warm Place”, i surreali dolci arpeggi di “Eraser” subito dopo un’ineffabile crescendo di delirio dondolante sull’orlo dello scoppio per insopportabile intensità. C’è anche la centrifuga “I Do Not Want This” dove la sofferenza dell’accettazione del sé diventa insopportabile: si stempera su note di piano, si turba in sussurrati sovrastati da ironiche accentazioni, ed esplode per rimescolarsi alla fine in un urlo esistenziale: “I wanna know everything/I wanna be everywhere/I want to fuck everyone in the wolrd/I want to do something that matters”. Simile, ma più maliziosa e intrigante, “Ruiner”, mentre “Big Man With A Gun” si fa sfogo inaspettatamente diretto e violento, tra virilità maschile e minaccia armata. La stessa che, dopo “Reptile”, viene rivolta nella title track contro il protagonista stesso, centro della propria concentrica caduta. “Hurt” è infine quel che resta della macchina umana. Le ultime gocce di sangue nel languido sorriso della fine, l’ironia appassionata della vita quando i ricordi non rappresentano più nulla, e si è già oltre la vita: così si animano gli arpeggi che al ritornello si spezzano come un disco rotto, come un blocco motorio che si ripete mentre il pensiero cerca di elevarsi, sublimare nella splendida lirica. “Hurt” canta, con inaspettata umanità, le possibili ultime lacrime di un uomo finito.[PAGEBREAK] Traduzione in musica d’un’esperienza psico-emotivamente tanto devastante, non poteva che essere un susseguirsi di preludi a deflagrazioni sonore, dove il crescendo lirico viaggia all’unisono con minimalismi preparatori ad impatti devastanti. I brani si sviluppano in distorsioni sempre più marcate; si snodano attraverso pugni sferzati in pieno viso e braccia che si ritraggono, pronte a colpire nuovamente. Le chitarre graffiano campionamenti urlanti, mentre la voce, rotta, catarticamente libera un congegno malfunzionante di afflizioni represse: un nauseato Trent ci vomita retroattivamente addosso la violenza d’una sottile rabbia repressa. Capita talora, si fermi a riflettere indugiando su qualche nota di piano: ma non appena l’acido torna a riempirgli la bocca, prontamente riversa il sangue affluitogli al cervello in accelerazioni ritmiche metalliche e disumane, in solide ed inscalfibili lastre di resistentissima lega. La sua memoria d’Essere rintracciabile in quel poco d’acustico presente, viene divorata dall’elettronica più avangardistica e futurista, lasciando qualche traccia di sé in sporadiche incursioni all’interno del brano, magari ad apice, o trascinandosi a fine brano spossatamente superstiste, strisciando su gomiti e gambe spezzate di netto, come l’entusiasmo. La carica drammatica di questo lavoro, può addirittura risultare difficilmente tollerabile ad un’ipersensibilità: una molemozionale in grado di cementificarti al suolo, e da cui risulta impossibile mettersi al riparo. La manifesta(ta) tendenza al suicidio, assume la forma d’un virus contagioso suadente ed infido, contro cui non esiste vaccino. Bisogna essere necessariamente forti, per “The Downward Spiral”.

NOTA PER LA DELUXE EDITION:
La deluxe edition propone un doppio digipack con booklet ampliato, rimasterizzazione di “The Downward Spiral” in 5.1 SACD (ibrido, il che vuol dire che vi potrete godere l’album anche nei vostri lettori CD, in stereo) nel primo disco, e la raccolta globale di tutte le tracce uscite in singoli, colonne sonore, e quant’altro di extra in quel periodo. In particolare, sorprende la scelta di includere “Burn”, dalla “Natural Born Killers” OST, dell’epoca di “Broken”. Non mancano “Dead Souls”, la cover dei Joy Division presente ne “The Crow” OST, e tutti i remix presenti nei singoli “March Of The Pigs”, “Closer”, e “Further Down The Spiral”. Tre rarità, infine, per gli appassionati: le versioni “demo” di “Ruiner”, “Liar” (l’embrione di “Reptile”) e “Heresy”, quest’ultima invero meno significativa delle prime due, dove si può notare l’anima grezza delle melodie senza troppi arrangiamenti.

Scroll To Top