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  • Nine Inch Nails: With Teeth

    Nine Inch Nails

    Data di uscita: 17-05-2005

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Dove sono finiti i denti?

Prima o poi sarebbe capitato. Avere fra le mani Halo 19, “With Teeth”, travagliato lavoro, frutto di ispirazioni evaporate. Trent ha attinto a piene mani dal suo repertorio di suoni, e ci ha traditi tutti questa volta: non si è reinventato. Ma ha creato un mix di antipodi: la vena diretta e minimale di “Pretty Hate Machine” soffocata da un opalescente e diafano malessere che destruttura i suoni in un puzzle digitale non degno però di “The Fragile”. Se avessi mai posseduto il fuoco sacro dell’Artista, mi azzarderei la consapevolezza di poter affermare che Trent Reznor ha messo in musica una profonda stasi in cui non si sentiva di comporre, non alla stessa intensità che ha urlato ben altro in passato; forse, ci stiamo spingendo dentro la normalità della vita d’un musicista, che compone in modo compulsivo e si trova nel dovere di pubblicare un album. Anche per questo motivo credo, il sound stupisca per un’incisività diretta e, forse, meno pretenziosa del solito: il lavoro si lascia immediatamente ascoltare, senza alcuna necessità d’essere preventivamente ruminato, per essere digerito. Alto il livello d’orecchiabilità e ballabilità, soprattutto se si fa il confronto con ostici avi quali, un esempio su tutti, l’inaccessibile “Broken”.
Al momento del battesimo sul vostro hi-fi, mentre in voi serpeggerà la delusione di non potervi contorcere in spirali culminanti “somewhat damaged”, si divaricherà all’orecchio una nuova vena musicale: “All The Love In The World” è una opener cauta, per niente in linea con i roboanti e biliosi inizi degli album precedenti: pulsazioni digitali circondate da un refrain di piano ricorsivo e ondeggiante. Una vena soft simile alla conclusione di “Even Deeper” con un vago istinto di percussioni fuori controllo alla maniera di “Piggy”. Il crescendo finale trascina nell’insana “You Know What You Are”, introdotta da una doppia cassa sorda e distorsioni noise che richiamano “March Of The Pigs”; mentre la strofa coinvolge nella sua violenta espressività, il chorus cristallizza una malata stasi che sul finire del brano devia nel surreale futuristico-avantgarde con chitarre distorte all’inverosimile. “The Collector” propone un timbro più devastato, gioca con arrangiamenti noise, un incedere tracotante, incastona il tutto in alternanze di pieni e vuoti nel sound, mentre il ritornello suona quasi come la disfunzione di un computer che ripete ciclicamente un loop inconcluso. Smaliziato, Trent Reznor fa scivolare dentro i suoi subliminali “sottovoce” che ci portano alla dannatamente ballabile e accattivante “The Hand That Feeds”, senza dubbio singolo vincente ed efficace, ruffiano con una nota di piacioneria (di troppo?) nei tocchi tastieristici, futuro anthem ad effetto sicuro che entra dentro la pelle come un’infezione, pezzo che scatena feedback immediato nel pubblico, costretto ad eleggerla colonna sonora incontrastata di nottate di fuoco… [PAGEBREAK]Le texture sonore si fanno più rarefatte in “Love Is Not Enough”, intrigante come una “Sanctified” di “Pretty Hate Machine”, arrangiata in modo impeccabile, recuperando nuovamente il sound futuristico, tanto da sembrare una corrente complessa di flussi digitali nel culminare di riff distorti e arrangiamenti elettronici. Echi delle melodie ascendenti di “The Fragile” suonano distintamente all’orecchio nella dinamica e melodrammatica “Everyday Is Exactly The Same”, ennesima conferma che in quest’album Trent non ha un nemico preciso contro cui scagliarsi, o sentimenti ben contestualizzati, ma una insofferenza a pelle nei confronti dell’inerzia, dell’insoddisfazione che relativizza tutto ciò che cambia e viene visto come sempre identico nel valore. Un dormiveglia della coscienza che si permette di finire sotto i denti di una figura femminile minacciosa in “With Teeth”, la title track, nebulosa e ritmicamente asimmetrica, che incespica in quell’incedere irregolare che conduce a interruzioni vertiginose e coagularsi di pulsioni. Non sarà la pausa pianistica a fermare il dialogo composito delle chitarre che fanno della distorsione il linguaggio dei nervi tesi e delle sensazioni in frequente contrazione. “Only”, ennesimo capitolo a sé stante di un album che non ha continuità emotiva, fa evaporare la tensione in un fraseggio libero che ricorda “Down In It” con un leit motiv nel chorus di facile acquisizione, mentre la spiraleggiante “Getting Smaller” (dalle soluzioni già sentite in “Complication”) mantiene in parte il mood della precedente con qualche frenetica melodia ricorsiva di tastiere. A questo punto siete pronti a non chiedere più niente ad un disco così spiazzante: lascerete che sia lui a proporre idee, come nelle intenzioni del suo creatore: “Sunspots” inizia sottovoce con un basso strisciante, per poi sollevare un intimistico industrial ossessivo dentro una progressiva melodia distesa su chitarre monolitiche. “The Line Begins To Blur” è stonata come un urlo deliberato, stordita da un basso monocorde e potente; unica valvola di sfogo, le armonie del ritornello che richiamano attimi di pace, eredità sonore dello “Still Cd”. “Beside You In Time” è una distorsione monotona, ninna-nanna ipnotica a ritroso, rarefatta anticamera avanguardistica dell’epilogo: “Right Where It Belongs”, rassicurante conclusione quasi interamente pianistica, intimistica ma con un’intensità che si rivela schiarendo i suoni sul finale.
Ci troviamo davanti ad un Musicista d’eccezione, che sa far rivivere la sua tecnica, che non mente a sé stesso nemmeno quando la creatività è in debito d’ossigeno. Questo disco non è fatto di lusinghe, ed è, come tutti i dischi dei Nine Inch Nails, qualcosa di malato e dilatato. Sebbene, e ritengo ne sia la forza, l’intento paia questa volta essere quello di spiegarla, questa malattia, tanto all’ascoltatore, quanto all’autore stesso: più semplice la lettura d’un pentagramma meno pasticciato del solito; più immediate comprensione ed assimilazione, che si lasciano avvicinare, ringhiando e rognando molto meno di quanto fatto in passato. Meno ingombrante dei predecessori, più di maniera, ma una maniera che in modo soggettivo attualizza e normalizza il sound di Trent Reznor.

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