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  • Nine Inch Nails: Year Zero

    Nine Inch Nails

    Data di uscita: 16-04-2007

    Loudvision:
    Lettori:

L’anno di un nuovo inizio

Trent Reznor: le cose che possiedi finiscono per possederti. È solo dopo aver perso tutto che siamo liberi di fare qualsiasi cosa. Ha perso John Malm, ha perso la Nothing Records, ha perso in tour i compagni di una vita; e con “With Teeth” aveva perso la certezza che il suo pubblico lo vedesse brillare d’infallibilità, qualsiasi cosa facesse. Ci vogliono anni per cambiare vita e diventare nuovi signori di sé; non cinque, come per l’ibrido “With Teeth”, ma otto dal capolavoro “The Fragile”.
“Year Zero” nasce da un impeto, da un’urgenza viscerale: finalmente da un bisogno di fare musica. È un concept album da fine del mondo. Predicata come inevitabile spirale discendente, dove sarà l’individuo il primo attore a condizione che si desti dal suo artrofico torpore, invece di ritrarsi come inerte davanti a tutto quello che vede succedere, e che non si lasci depredare davanti agli occhi ciò per cui vive, ciò che gl’importa davvero. È l’individuo ed il suo interesse che tiene desto il mondo. “Siamo la canticchiante e danzante merda del mondo”.
“Year Zero” è l’inserimento del NIN-sound nel XXI secolo; elettronico, noise, atmosferico e senza grossi chitarroni. Un album che ha un concept di marketing, un’organizzazione di happening, ed una diffusione nella rete pari al contenuto del disco stesso. Quindi, con “Year Zero” non andiamo solo a recensire il prodotto, ma tutto l’insieme che ha reso testi, musica, atteggiamenti, non più bi-dimensionali come un booklet, ma tridimensionali: perché arrivano a coinvolgere la vostra vita. Il movimento Art is Resistance ha reso rintracciabili, attraverso indizi, inquietanti blog, siti web, chiavette USB nascoste durante i concerti, documenti ‘dal futuro’, di come esso potrebbe diventare: armi di distruzione di massa, ipotesi di un futuro fatto di violenze individuali ed un andamento progressivo verso l’angoscia e una meccanica crudeltà.
In tutto questo contesto, l’aspetto musicale di “Year Zero” non è stato relegato a banale sfondo. Potrebbe rappresentare un perfetto CD-Right del concept che si concluderà con il prossimo capitolo nel 2008, platter che, per contrasto, vorrei più consistente in termini di struttura dei brani e motivi musicali. [PAGEBREAK]L’intro “Hyperpower” scaraventa l’ascoltatore in un progressivo marziale, nel consueto andamento in crescendo dei Nine Inch Nails. Quindi “The Beginning Of The End” e “Survivalism”, singoli che rappresentano bene i rari episodi di canzoni vere e proprie: sono un concentrato di accattivante linea chitarristica e concitate parti vocali che declamano con facili tonalità il tocco di fatalismo futurista di “Year Zero”, non a caso due singoli e due brani frequentemente proposti in conclusione del “With Teeth” tour. L’intero album, invece, si apre alla percezione di una musica a strati dove, sotto la logica random di un computer impazzito, ogni elemento – parti vocali, chitarre, campionamenti, basso, ecc. – appare e scompare, ricompare disturbato, a volte irriconoscibile, a volte facendo più rumore del suono naturale. Ogni cosa è come un segnale captato dal futuro, sottolineato o censurato a seconda della finta casualità di una trasmissione disturbata. Le ipnotiche “The Greater Good” e “Me, I’m Not”, oltre a costituire la cifra stilistica e parzialmente innovativa del disco, sono lavori eccelsi di elettronica industrial: ritmi costanti, striscianti e allucinati, tensioni ipnotiche legate ai campionamenti che trasmettono percezioni di alienazione e pericolo, minimalismo che mette in luce le finestre di paura, le distorsioni dimensionali di suoni remoti e contrastanti con l’ossessione penetrante del tema principale. “My Violent Heart” distingue ancora il nuovo modo di intendere l’aggressività sonora da parte di Trent Reznor, mentre qui e là ci sono spruzzatine di elettronica (ripresa da) “fragile”: “Meet Your Master” e “In This Twilight” ne ripropongono l’energica musicalità permeata di dettagli, mentre in “Another Version Of The Truth” se ne tocca, senza per questo raggiungerlo, la delicatezza strumentale. Altri episodi diventano rilevanti per l’ascoltatore nel contesto lirico del concept, al di fuori del quale sono scheletri impreziositi senza luce propria. Impreziositi di certo da una produzione innovativa che viene appiattita da qualsiasi lettore mp3. Nessun CD suona come “Year Zero”: lo spettro sonoro è paragonabile ad una sfera volumetrica di frequenze che vi faranno palpare la loro presenza, notare il vuoto della loro assenza, giocando con un suono a tre dimensioni percepibile in particolar modo se goduto attraverso casse a tre vie e l’adeguato hi-fi.
Quindi dal punto di vista globale un disco coinvolgente, pieno di sperimentazioni elettroniche che danno quelle tinte cyber/post-atomiche, e meno estremo, corredato di un linguaggio intenzionale dietro ad ogni dettaglio apparentemente casuale. Ma l’ascolto analitico di alcuni brani isolati, un altro dei punti di vista, svela la debolezza intrinseca di “Year Zero”, ovvero il numero ridotto di brani veri e propri, e molte idee lasciate semplicemente esprimersi senza elaborazioni. Non è raro assecondare il pensiero che una “God Given” o una “The Good Soldier” siano solo momenti di passaggio, o brani più focalizzati sul testo/messaggio che sul lato musicale. O addirittura che questi siano incompleti ed inconsistenti se visti a compartimenti stagni. “The Fragile” poteva dirsi solido ed artisticamente valido sia globalmente che nel minuzioso dettaglio, almeno nel CD-Left.
Promosso quindi con riserva, nella speranza che il lume dell’arte ritorni di gran carriera nel seguito di “Year Zero”; perché per toglierci l’immagine del Reznor sporco di grasso e farina, in guerra di trincea contro la sua sofferta interiorità, ed accettare il nuovo capitano della Resistenza, vogliamo un motivo oltre alla bandiera.

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