Home > Recensioni > Nirvana: In Utero
  • Nirvana: In Utero

    Nirvana

    Data di uscita: 01-01-1993

    Loudvision:
    Lettori:

Tutte scuse?

Non sono tra coloro che vogliono fare la spiccia psicanalisi di Kurt Cobain: non ne sarei nemmeno in grado. A meno di non voler, come hanno già fatto in moltissimi, purtroppo, ridurre l’arte dei Nirvana alla banalizzazione del “personaggio”. Vorrei soltanto parlarvi d’un album che, in un modo o nell’altro, ha fatto la storia di gran parte di noi, e che per gli amanti della tarda Seattle music è come un testamento. Considerando inutile una storia per il suo predecessore (ognuno ne ha una personale), preferisco portarvi moderatamente indietro nel tempo, nel 1993; in quell’anno, quest’album fu all’incirca il penultimo episodio notevole nell’ambiente musicale di Seattle. Quel capoluogo stava salutando i suoi anni d’oro avendo spremuto abbastanza i suoi rappresentanti, tutti, chi più chi meno, pericolosamente inclini verso l’autodistruzione.
“In Utero” si discosta da “Nevermind” per forma, contenuto e, conseguentemente, vendibilità. “Ecco, tenete, e fatevi una bella scorpacciata di rabbia e crudezza senza belletto né merletti: questo è puro grunge, è grezzo rock!”… Il suono curato da Steve Albini è nudo, rude e graffiante; ma allo stesso tempo, nella più totale assenza di confusione, in grado di dare risalto a quelle melodie chitarristiche, a quei memorabili giri che, da sempre, sono il punto di forza del Trio di Seattle, accanto all’asciutta e sconvolta voce del suo leader. Con estrema disinvoltura, con morbosa nonchalance, persino i riff della strascicata e blanda “Serve The Servants” riescono ad entrare subito in testa ed a suscitare un fascino perverso. Le liriche, visionarie ed immaginifiche – Cobain non faceva mistero del fatto che assemblasse parole a caso a seconda del suono che voleva ottenere, anche se ne “In Utero” la cosa mi sembra scarsamente probabile -, vanno a costituire l’ufficiale autobiografia di Cobain, che mette a nudo le proprie personalissime allucinazioni trattanti un amore da preservare, il controverso rapporto coi media, la non-appartenenza ad una società famelica di scandalo. Lo sfogo d’un individuo profondamente disadattato e dolorante, in un delirio di vaneggiamenti insoliti e coloratissimi.[PAGEBREAK]La tracklist comprende brani inossidabili; colonne sonore di pezzetti di vita, io credo, d’ognuno di noi. Mi riferisco ad una “Heart-Shaped Box”, con le sue pause di attesa e l’irriverente chorus ironicamente dipinto di fascino blasfemo nello storico video; piuttosto che alla censuratissima (ed altrettanto, per mera ignoranza, fraintesa) “Rape Me”, immediata ed easy da cantilenare, al punto da essere quasi lapalissianamente sarcastica; od all’incedere malinconico di “Pennyroyal Tea”, od ancora a quello scanzonatorio di “Dumb”… Fa ancora una certa impressione sentire le licenze che solo i Nirvana erano soliti prendersi, come le prestazioni vocali dimesse ma espressive, i riff sregolati, per esempio in “Frances Farmer Will Have Her Revenge On Seattle”, ispirata alla tragica vita dell’attrice la cui storia suggestionò Kurt al punto da tramandare il suo nome alla figlia avuta con Curtney Love. Oppure la furia euforica e quasi insensata negli eccessi di “Scentless Apprentice”. Ed infine, l’indimenticabile “All Apologies”, animaletto sfizioso ideale da suonare “Unplugged” (in New York?), cantata ed eseguita con la semplicità d’un menestrello che con qualche elementare serie di arpeggi ed accordi è in grado d’affascinare.
In molti abbiamo udito queste urla, per quanto mi riguarda in un’età in cui ero la suggestione impediva il distacco per comprenderne l’intrinseco e reale significato; ed ora a qualche anno di distanza, “In Utero” mi pare tanto ingenuo, forse addirittura banale, ma pur sempre indimenticabile.

Scroll To Top