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Nirvana: vent’anni senza Kurt Cobain

Non starò qui a millantarvi inesistenti contemporaneità: il giorno di venti anni fa in cui al mio liceo arrivò la notizia della morte di Kurt Cobain, io nemmeno sapevo chi fosse. Avevo 13 anni, ascoltavo brutta musica danzereccia e poppettara, facevo insomma parte della “massa”. Avevo consumi di massa, gusti di massa, conoscenze (di massa) sotto la media. Ma lo psicodramma che si consumò quella mattina nella mia scuola non lo dimenticherò mai. Alcuni ragazzi e ragazze, mediamente di qualche anno più grandi di me, PIANGEVANO. E allora mi sono incuriosito, e sono andato a cercarmi quella musica di cui tanto parlavano. Non era semplice come oggi, non bastava un clic.

Dopo qualche tempo mi arrivò tra le mani una musicassetta lisa e consumata di “Nevermind“. Se sono qui oggi a scrivere per voi è (anche) merito di quella cassetta.
La musica dei Nirvana fu un vero e proprio shock fin dall’inizio, mi sembrava di essere nato apposta per ascoltarla. Da lì il rifiuto verso tutto quello che credevo mi piacesse fino a quel momento, e la febbrile ricerca di altra musica di quel livello e di quello spirito, ne volevo ancora, e ancora, e ancora …

Kurt Cobain è stato il nostro eroe, la nostra rockstar. Lui si era suicidato, non era accidentalmente crepato per un’overdose di stupefacenti come le tre J di vent’anni prima. La sua sintonia totale con la “generazione X” dei Novanta (orribile nome, ma la storia ci ha lasciato quello, rassegniamoci) viene anche da questo, ne sono convinto. Perché “se l’ha fatto lui” avresti potuto farlo anche tu. Avresti… Ogni adolescente minimamente “alternativo” si balocca con l’idea del suicidio, più in chiave disperatamente vitalistica però, come rifiuto verso quel mondo che s’incomincia a capire, e che non piace, per niente. L’ha fatto Kurt, l’ultimo disperato dito medio alzato verso il conformismo, il successo, la notorietà. Visione della questione molto romantica e abbastanza lontana dalla verità dei fatti, lo ammetto, ma qui siamo su una macchina del tempo, non dentro un saggio biografico, siamo impregnati di “odori di spirito adolescenziale” (ahah, e qui pago il mio debito a “Smells Like…”, scontato ma inevitabile, l’inno della nazione X).

Non starò qui a tediarvi con note biografiche o storiche, con la cronologia dei pochi album (TROPPO pochi) licenziati dalla sigla Nirvana, per quello c’è Wikipedia. Questo articolo è una riflessione fuoriuscita dal cuore e dalla pancia, di un fan sfegatato verso altri suoi simili. Ogni disco dei Nirvana ha i suoi esegeti, si possono dividere le persone in categorie, come quelle idiozie di test psicoattitudinali che girano oggi su Facebook, del tipo “scegli una di queste farfalle e ti dirò chi sei”. Qui è tutto vero, studiato e provato. La maggior parte delle persone preferisce “Nevermind“, il disco perfetto, un contenitore esplosivo di potenziali singoli, la produzione di Rick Rubin dal tocco magico mai come allora. Niente da dire. Poi ci sono i romantici, che preferiscono l'”MTV Unplugged in New York” perché lì esce fuori la vera forza nirvaniana, quel gusto beatlesiano per la melodia spogliata dal “rumore” e ridotta alla sua vera essenza, quella di songwriters di razza. Hanno ragione anche loro. Poi ci sono quelli “brutti, sporchi e cattivi” che preferiscono l’esordio indie su etichetta SubPop, “Bleach“, i Nirvana veri non ancora addomesticati dalla show business. Massimo rispetto. Infine ci sono quelli, come me, che adorano “In Utero“, il disco della maturità, della consapevolezza, di Kurt che si rivolge al suo pubblico sapendone la cospicua entità numerica e l’importanza del messaggio. Siamo diversi dagli altri, noi inuteriani, minoranza qualificata. Per spiegarvi le nostre caratteristiche precipue ci vorrebbe un articolo a parte (che forse non mi faranno mai scrivere).

Come non dare anche una rapida scorsa alla presenza di Cobain nell’amato cinema? Se non avete mai visto “Last Days” di Gus Van Sant smettete di leggere queste inutili righe e correte a procurarvelo. ORA. Un film che assolutizza il discorso sull’artista “maledetto” per rendere universale la sua parabola discendente (e per evitare diatribe legali sui diritti con la vedova Courtney Love, di cui non voglio parlare, anche se forse dovrei): Michael Pitt È Kurt, smarrito, confuso, dolcissimo.
C’è poi tutta una serie di documentari “complottisti” che fanno revisionismo e sciacallaggio sulla morte di Kurt. “Kurt & Courtney” li rappresenta bene. Ora, non voglio addentrarmi nella questione dell’assassinio. Non perché non sia disposto a credere nella possibilità che sia andata diversamente dalla storia che ci hanno raccontato (non sarebbe certo la prima volta), ma perché non ho mai ascoltato nessun racconto convincente al riguardo. Sono disposto a cambiare idea, ma fino a che il complotto CIA/Courtney Love si basa su queste prove, è giusto che rimanga confinato in qualche puntata di Voyager (come in effetti è accaduto). Sul fronte documentari, invece, vi consiglio di recuperare “About a Son” di A. J. Schnack, presentato un po’di anni fa al Festival di Roma: la voce di Kurt, presa da estratti di un’intervista rilasciata al giornalista Michael Azerrad, ci accompagna per un’ora e mezza a corredo di immagini che ci mostrano luoghi, vita e abitudini di Seattle, la città dove tutto è partito. Straconsigliato.

Seattle… Vorrei chiudere quest’omaggio sentito al musicista che più ha influenzato la mia vita con un pensiero a questo luogo, per noi magico, inafferrabile, un vero Eden. Gli anni Novanta del Novecento sono stati (secondo me) l’ultimo grande decennio musicale perché in alcuni luoghi del pianeta nuovi generi e nuovi stili nascevano da aggregazioni umane, fisiche. Bristol per il trip/hop, Manchester per il brit/pop, solo per fare due esempi, e Seattle per il grunge. I Pearl Jam, i Soundgarden, gli Screaming Trees, gli Alice in Chains, e naturalmente i Nirvana. Un periodo irripetibile. Sono pronto a farmi dare del vecchio nostalgico da voi ventenni odierni alla lettura. Ma supportate le critiche con degli esempi, ne potrebbe nascere un dibattito interessante.

Oggi sono vent’anni esatti dalla dipartita dell’angelo biondo. Che, con la sua morte, aprì la mia mente e il mio mondo ristretto a nuovi orizzonti. Il viaggio iniziò allora, e non è ancora finito, finirà solo con la mia, di dipartita. Chiudo il cerchio tornando a quanto detto all’inizio: ero un perfetto essere non senziente della classe media, beatamente inconsapevole della complessità del mondo. Da un giorno all’altro mi ritrovai scaraventato in un luogo più oscuro, più sofferto, ma anche infinitamente più bello. Grazie Kurt, anche per questo.

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