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  • No Age: Nouns

    No Age

    Data di uscita: 16-04-2008

    Loudvision:
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30 anni di rumore in 30 minuti

Neanche mezz’ora, e ti viene quasi da pensare che la SubPop sia tornata la storica label superindipendente di tanti anni fa, quella che per prima metteva sotto contratto Nirvana e Soundgarden, inaugurando un decennio. Ecco i No Age, cioè Randy Randall e Dean Spunt, due losangelini che vengono dall’hardcore, due tipi così lo-fi che fanno tranquillamente a meno del basso e dal 2005 si divertono a dar concerti sulle rive dei fiumi o nelle drogherie cittadine. Due tipi che, per la gioia dell’agguerrita fanbase, non hanno edulcorato di una virgola il suono sporchissimo, rumorosissimo e sperimentale del loro frammentario esordio “Weirdo Rippers”, e debuttano per l’etichetta di Seattle con un lavoro che è tanto “a bassa fedeltà” nei suoni quanto fresco e sorprendentemente efficace nel risultato complessivo.

Impossibile non vedere l’iniziale “Miner” come una dichiarazione d’intenti: sotto strati di rumore sporco, coi microfoni piazzati vicinissimi alla batteria di Spunt (che canta anche) e la chitarra di Randall filtrata in ogni modo, è sepolto un cantato che pian piano richiama l’attenzione su di sé, sulla sua intensità, sulla sua forza espressiva. Il tutto in meno di due minuti (nessun pezzo di “Nouns” supera i tre minuti e mezzo: tutto è compresso, concentrato, sparato subito). E sarà sempre così: giacimenti grunge, punk, più propriamente rock e persino innegabilmente pop si estendono sotto un’inestricabile trama di rumore e di potenza; la melodia trapela dal noise, in un rapporto di amore/odio nel quale nessuno dei due elementi prevale.

Molteplici influenze, consapevoli rimandi a un ben preciso passato, ma mai un secondo di dejà entendu: l’hardcore, i Pavement e le esplosioni di rumore alla Sonic Youth si sposano a volte coi Built To Spill (come in “Teen Creeps”), a volte con l’indie pop di una qualsiasi band SubPop di oggi (ripulite “Here Should Be My Home” e avrete un pezzo da inserire di filato nella colonna sonora di un film del Sundance), a volte con un sorprendente e relativamente più quieto folk (“Things I Did When I Was Dead”). Aggiungiamo un gran singolo quale “Eraser”, le cui solari aperture pop restano impantanate nel solito tappeto di distorsioni rognose, e avremo un album prezioso per la facilità con cui riscopre le radici e la grezza immediatezza con cui le ripropone, colpendo a fondo.

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