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  • No Use For A Name: The Feel Good Record Of The Year

    No Use For A Name

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Praticamente innocuo

Forti di una carriera ventennale e della pubblicazione di otto full-length, gli alfieri del’hardcore californiano (più) melodico tornano in pista con un nuovo disco. E a differenza di alcuni dei loro colleghi più celebri e più anziani, i No Use For A Name hanno ancora un discreto numero di frecce al loro arco.
Va da sé che l’originalità non è una di esse; la band ha uno stile consolidato e abbastanza riconoscibile da cui non ha la minima intenzione di distaccarsi. Se le ruvidità e gli spigoli ritmici della produzione anni novanta sono da tempo dimenticati, vi è anche una sostanziale revisione degli intenti sperimentali che hanno caratterizzato i dischi realizzati nel terzo millennio. I No Use For A Name tornano quindi a una costruzione dei brani decisamente piana, che non contempla deviazioni improbabili ma che finisce anche per escludere qualunque colpo di genio; l’insieme delle canzoni è comunque abbastanza variegato, visto che a fianco del più rassicurante classicismo cali-punk compaiono brani rallentati e un paio di ballate elettroacustiche, in una delle quali fanno addirittura capolino un pianoforte, archi e voce femminile. Ma funzionano più che altro come intermezzi che permettono di tirare il fiato tra una raffica di riff iperprodotti (e tutt’altro che memorabili) e l’altra.
La freccia più appuntita che la band ha al proprio arco, quindi, è la melodia. Anzi, è piuttosto un dardo esplosivo trafugato dalla faretra di John Rambo. Le linee vocali sono confortanti ma inspiegabilmente moderne, polverizzano in un attimo qualunque concorrenza pop-punk presente sulla piazza e al contempo umiliano i colleghi che ancora tentano di essere all’altezza di un passato ormai sepolto tra le pieghe della ciccia.
Tutto funziona, tutto è tranquillo, tutto fa sentire a proprio agio, e la definizione spavaldamente annunciata dal titolo del disco è quindi soddisfatta. Chi cerca la forma del punk che verrà, cerchi pure altrove.

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