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Darren Aronofsky ritorna sul grande schermo a quattro anni di distanza da “Il Cigno Nero” con la sua personalissima visione della grande epopea del patriarca biblico Noè.

L’ultracentenario prescelto da Dio, interpretato dal solito glaciale Russell Crowe, è completamente trasformato dall’occhio della sfavillante macchina cinematografica hollywoodiana in un eroe epico degno delle migliori saghe fantasy, pronto a sacrificare tutto pur di assecondare il volere del proprio Creatore.

La storia, che conoscono anche i sassi, è a grandi linee quella della Genesi biblica: dopo la caduta di Adamo ed Eva l’empietà della razza umana sembra non arrestarsi. A Noah/Noè e alla sua famiglia, gli ultimi discendenti della stirpe di Set, viene affidato il compito di costruire un arca per salvaguardare le creature più pure dal terribile diluvio che Dio sta per scagliare sulla Terra.

Dopo la realizzazione di due film tutt’altro che semplici come “The Wrestler” e “Il Cigno Nero” non ci aspettavamo da parte del regista americano una pellicola così dannatamente lineare e priva d’anima. Non è tanto l’eccessiva spettacolarizzazione, e neanche quelle licenze che allontano il film dalla storia biblica; e non è neanche la raffigurazione di personaggi piatti e monolitici, in particolar modo quelle femminili. Quello di cui davvero non riusciamo a capacitarci è la totale assenza dietro alla macchina da presa di quella profonda sensibilità così attenta a tutte le sfaccettature dell’animo umano, marca autoriale di gran parte della filmografia di Aronofsky.
Dario Iocca, 4/10

Il film è un polpettone che rivisita in chiave fantasy la Bibbia – che poi, fantasy, lo è davvero, la Bibbia, essendo il “libro dei libri” e ricreando un mondo “immaginario” che prima non esisteva. Ma poteva esserlo di più. È palese infatti, da parte di Aronofsky, che è regista da Leone d’Oro, ricordiamolo, di farne qualcosa di più, quasi un film d’autore. Poteva essere anche questo, certo. Si dice che nel mezzo stia la virtù: non lo è nel caso di “Noah”, che si presenta come uno strano guazzabuglio. Comunque da vedere.
Paolo Valentino, 5/10

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